festa del cinema di roma

“Registro di classe”

13-10-2015-Registro_di_classedi Gabriele Ottaviani

La libertà non è star sopra un albero, non è neanche il volo di un moscone, la libertà non è uno spazio libero, la libertà è partecipazione. Sì, c’è, insieme persino al Rigoletto, anche Giorgio Gaber nella colonna sonora – e bisogna dire che quest’anno la gran parte dei film presenti alla Festa del cinema di Roma sembra aver curato quest’aspetto con molta attenzione, è pieno di musiche evocative –  di Registro di classe. Libro primo 1900-1960 (anche se in realtà si arriva fino alla fine del sesto decennio dello scorso secolo, appena prima che le istanze giovanili si palesino in tutta la loro forza tra i banchi e nelle aule), di Cecilia Pagliarani e Gianni Amelio. Cinquantacinque minuti di documentario decisamente riuscito, immagini e parole che emozionano. Un taglio verista, da microscopio. Qualcuno potrà chiedersi dove sia la mano di Amelio, che cosa ci sia di caratteristico e riconoscibile della sua modalità narrativa e registica in quest’opera, cosa aggiunga alla sua poetica. In realtà aggiunge ben più di qualcosa, eccome, un tassello assai significativo, prosegue con sicurezza un solco già tracciato, e probabilmente il retaggio più evidente è nella tematica, nel taglio con cui vengono proposti gli argomenti, più che in qualche movimento di macchina specifico o meramente virtuosistico. Si ritrovano i temi cari al plurivincitore di David, Nastri d’argento e Globi d’oro (Porte aperte, Il ladro di bambini…): l’attenzione per l’altro, gli ultimi, la società nel suo complesso. La sottolineatura della diversità (e no, non c’entra nulla il suo pubblico coming out di qualche tempo fa), intesa come scintilla di comunicazione, confronto, ricerca, dialogo, ponte e contatto tra differenti esperienze, fra distinte individualità. Si comincia con le immagini dei sussidiari, dei registri di classe, laddove il tempo si annota, si stabilisce la presenza, si mette nero su bianco la valutazione del profitto, con una carrellata di foto color seppia che raccontano un’Italia che non c’è ma che forse rimane ancora. Nei ricordi, nei racconti, in qualche gruppuscolo di sequenze genetiche che le generazioni si sono tramandate nel tempo, retaggi che non sappiamo di avere, simboli di valori. È l’Italia figlia e nipote della legge Coppino che istituisce l’obbligo scolastico. È l’Italia che spesso i figli non li può mandare a scuola, perché altrimenti il campo chi lo lavora? E se non si lavora non si mangia. È l’Italia in cui a novantun anni Rocco Paolo fu Filippo Stillisano si mette sui banchi della scuola all’aperto del suo paesino nell’entroterra calabro per imparare a firmare non più con una semplice X, e non vivere le umiliazioni che a tanti toccavano persino nel giorno del matrimonio, quello che ha il dovere di essere il più bello della vita. Ma anche lì c’è un registro che può rovinarlo. È l’Italia in cui accanto al nome dell’alunno c’è scritto il nome del padre, e la sua professione. Segatore. Imbianchino. Ortolano. Contadino. Falegname. Carpentiere. Operaio. Manovale. Qualche volta, una sbarra. E una sola parola. Ignoto. E il cognome, allora, è lo stesso della mamma. Il cui nome è qualche colonna più in là, in fondo alla pagina. Quasi nascosto come una colpa inconfessabile. È l’Italia in cui si insegna la bella grafia. Perché attraverso la forma passa anche la sostanza. Il decoro. Il rispetto. Il comportarsi per bene. È l’Italia che poi diventa fascista e che premia con la medaglia d’argento, guarda un po’, Anna Maria e Romano. Che di cognome fanno Mussolini. È l’Italia che non ha dimenticato De Amicis. È l’Italia in cui si scrivono lettere al duce. È l’Italia della propaganda. È l’Italia delle borgate. È l’Italia in cui i bambini sardi parlano meglio l’italiano dei propri coetanei di altre regioni, con una proprietà di linguaggio invidiabile, perché il loro vernacolo è talmente diverso da essere lingua altra. È l’Italia delle carte geografiche appese sul muro sotto al crocefisso. È l’Italia della compassione e dell’umiltà, è l’Italia in cui chi ha sofferto sogna per i figli il meglio, quel che non ha avuto. Che si chiama carriera, denaro, una professione. Medico, ingegnere, avvocato. È l’Italia che parla con retorica stucchevole e voce roboante di storie che ti strappano il cuore semplicemente perché le senti, senza bisogno di artifici, affiorano in superficie come fiori di ninfea. È l’Italia che ha scolpito nei muri l’orrido motto Credere, obbedire, combattere. È l’Italia che combatte l’analfabetismo. È l’Italia in cui tante aule si riempiono di sera, di studenti che talvolta sono anche nonni, e hanno la schiena spezzata dall’aratro. È l’Italia che istituisce l’infamia delle classi differenziali, e chiama i bambini problematici deficienti psichici, e si compiace che possano diventare validi artigiani, e se sono quindicimila nel millenovecentosessantadue in pochi anni tra elementari e medie diventano sessantasettemilacinquecento. Ma poi, grazie al Cielo, ci si chiede se possa avere senso separare quella che viene considerata la propria cattiva coscienza come fosse un rifiuto anziché spingerla all’integrazione. D’altronde, c’è stato anche qualcuno che voleva istituire classi di soli studenti stranieri in tempi più recenti: chi mai può insegnare l’italiano a un ragazzino indiano meglio di un coetaneo curdo, d’altro canto. Sì, è la stessa persona che sta ancora cercando i neutrini tra L’Aquila e Ginevra. Cerca cara, cerca. Se trovi anche un po’ d’intelletto faccelo sapere. È l’Italia in cui alle ragazze si insegna economia domestica e ai maschi educazione tecnica. È l’Italia del tempo di guerra durante il quale si fa imparare agli scolari come adoperare correttamente una maschera antigas. È l’Italia che poi diverrà quella di Non è mai troppo tardi, con un servizio pubblico che ti entra nelle case per via del televisore e ti insegna a fare aste e cerchi, lettere e numeri, così, poi, se vorrai, potrai leggertela da solo, La cavallina storna. O la letterina di Natale che tua figlia ti mette sul piatto, e tu magari non sai nemmeno tenerla diritta e rischi di bagnarla col brodo che ti cola dallo sgommarello, che fuori Roma è il mestolo. È l’Italia degli occhi sgranati di fronte al futuro, che è un riccio di castagna, scrigno impervio per un tesoro. È l’Italia in cui da Barbiana parte una lettera a una professoressa che ti fa venire il groppo in gola e al tempo stesso pazzamente ridere, come dice Pasolini. E ti pone domande, domande, domande. Su quale sia la provenienza della cultura. La causa della sperequazione sociale. È l’Italia in cui in un giorno di ottobre, a scuola appena iniziata (quando si cominciava a San Remigio, e non ti toccava stare incarcerato nel banco quando ancora era estate, e non c’era nemmeno speranza di saltare il sabato), nel millenovecentocinquantasei, a Terrazzano, due fratelli fanno incursione e sequestrano per ore cento bambini e le loro insegnanti, che piuttosto che dover dire a una madre che il loro figlio non si era salvato avrebbero preferito morire. È l’Italia in cui nel millenovecentosessantadue la scuola svizzera di Napoli a Posillipo ti fa pagare l’eccellenza della sua istruzione, ogni tre mesi, tra retta, scuolabus e mensa, duecentotrentamila lire, e in quello stesso anno la mamma di chi scrive aveva uno stipendio mensile da impiegata di ventunomila lire. È l’Italia in cui ti viene in mente Il primo incarico, perché il giovane maestrino del Nord viene spedito al Sud e i bambini, con logica schiacciante, gli chiedono di imparare lui il loro dialetto, perché per lui è più semplice di quanto non sia per loro apprendere l’italiano. È l’Italia in cui gozzanianamente il dialetto è reputato dai docenti stessi lingua madre. È l’Italia delle valigie di cartone, della miseria, del pregiudizio, della migrazione e dell’integrazione. È l’Italia dei mille problemi. Che non ha ancora risolto a decenni di distanza. È l’Italia dei grembiuli e dei fiocchi, che forse però almeno pareggiavano un po’ gli svantaggi di partenza dei più disagiati e coprivano i vestiti passati di fratello in fratello e i cappottini rivoltati. È l’Italia della cultura come valore e ascensore sociale. È l’Italia degli insegnanti. Che, quelli bravi, sono eroi, senza se e senza ma, ora come allora. Perché svuotano il mare col colabrodo, nemmeno col cucchiaino. È l’Italia, questo e molto altro. È l’Italia che c’era. È l’Italia che c’è.

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Una risposta a "“Registro di classe”"

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