Cinema

“Kreuzweg”

STATIONS OF THE CROSS, (aka KREUZWEG), from left: Florian Stetter, Franziska Weisz, Linus Fluhr,di Gabriele Ottaviani

Si può amare Dio e la musica pop? Il claim più fuorviante della storia d’Occidente, probabilmente, per un film, quello di Dietrich Brüggemann, che si appresta a uscire nelle sale italiane il ventinove di ottobre e che ha vinto, e francamente si fatica a immaginare qualche altra opera che potesse contendergli la vittoria, tale è la sua forza espressiva, il premio per la miglior sceneggiatura alla sessantaquattresima edizione del Festival del cinema di Berlino. Nemo propheta in patria? Beh, in questo caso non è stato così… Slogan fuorviante, però, si diceva: sì, perché, almeno per chi scrive, fa supporre una levità e una commistione di generi che invece qui non esiste affatto. È un film emotivamente violentissimo, doloroso e potente. Esteticamente formidabile e costruito con genio. Scolpito, nel legno o nella pietra, come lo sono di norma le tavole iconiche cui fa riferimento. Sì, perché sono quattordici inquadrature da angolatura fissa, tableau resi dinamici dai dialoghi, serrati, vibranti, agghiaccianti. Kreuzweg – Le stazioni della fede. Ovvero, la via Crucis. Gesù è condannato a morte. Gesù è caricato della Croce. Gesù cade per la prima volta. Gesù incontra sua Madre. Gesù è aiutato dal Cireneo a portare la Croce. La Veronica asciuga il volto di Gesù. Gesù cade per la seconda volta. Gesù incontra le donne di Gerusalemme. Gesù cade per la terza volta. Gesù è spogliato delle vesti. Gesù è inchiodato sulla Croce. Gesù muore sulla Croce. Gesù è deposto dalla Croce. Gesù è deposto nel Sepolcro. Quattordici stazioni. Manca, come in effetti qualche volta accade, la quindicesima, quella della resurrezione, benché l’ultima sequenza, l’ultimo frame, molto poetico, rimandi delicatamente e con grande lirismo a una trascendenza di cui si sente, con lo svolgersi della pellicola, sempre più il bisogno. Maria è Gesù. E non in senso dantesco, del fattore che si è fatto sua fattura, o in riferimento alla convinzione che, per chi crede, Dio – e di conseguenza suo figlio – sia ovunque, specie nel cuore di chi lo ama. No, Maria in questo caso è Gesù nel senso che Maria si sacrifica fino all’estremo. È una ragazzina in procinto di ricevere la cresima, e vive con la sua famiglia e con Bernadette – unica figura (insieme a Christian, un compagno di scuola che avrebbe potuto essere, ma non è stato loro consentito, un primo dolcissimo e puro amore) tra le principali della pellicola e dell’esistenza di Maria a essere amorevole, premurosa, dolce, saggia e sana di mente, vera incarnazione in questo contesto della Veronica che asciuga pietosa il volto del Cristo –, la ragazza alla pari di origine francese (nome parlante, tra l’altro, come quello di colei che ebbe la visione della Vergine a Lourdes), in Germania, in un piccolo centro. Ha un padre totalmente inutile, un uomo senza qualità, per citare Musil, una madre che semplicemente è una di quelle donne – sventuratamente, ne esistono sul serio – a cui dovrebbe essere proibito per legge di generare, tale è il coacervo di meschinità, idiozia e gratuita crudeltà che ha in animo, e tre fratellini. Due maschietti e una femminuccia. Il più piccolo di questi è malato. Ha quattro anni, e non ha mai parlato. Maria appartiene a una comunità cattolica fondamentalista di stampo ultraradicale. Degli integralisti, senza se e senza ma. L’aspetto gioioso e vitale – che poi è il principale – del messaggio di Cristo qui è soffocato come Laocoonte dai serpenti. La parrocchia di St. Athanasius rifiuta il Concilio (sì, caro sottotitolatore italiano, “concilio” si scrive come l’ho scritto io, senza la “g” tra la “i” e la “l”, quello è un errore – e come sempre non è l’unico: quando si dice “fa’ quello che ti dice il dottore” quel “fa’” prevede, per l’appunto, un apostrofo, visto che sarebbe “fai”, imperativo, altrimenti è una terza persona: ora, è vero che la madre di Maria fa sembrare santa Medea, ma che parli addirittura alla figlia di lei medesima per l’appunto in terza persona è un po’ troppo… – da matita rossa, blu, verde… Insomma, tutti i colori dell’arcobaleno… Oddio, magari citare il rainbow parlando di clero non è stata una buona idea, hanno un po’ di problemi con quella parola e con ciò che in taluni casi significa… Vabbè, mi pento e mi dolgo, che il Padre Eterno mi perdoni…) Vaticano II: per loro quello è stato l’inizio della fine. La messa va celebrata in latino (pronunciato da dei tedeschi: vi lascio immaginare l’abominio…) spalle al popolo. Come accadeva una volta. E infatti nelle campagne quasi nessuno capiva. La stragrande maggioranza dei fedeli ripeteva a pappagallo cose imparate a memoria. Quando poi l’udito – la tradizione sovente era orale, molti purtroppo non sapevano leggere – falliva, gli strafalcioni erano all’ordine del minuto, nemmeno del giorno. Voi direte: e tutto quel bel discorso sulla fede adulta e consapevole? Ecco, appunto… Niente canti moderni. Niente modernità in generale. Strano che utilizzino l’automobile, e per di più col cambio automatico… Ma forse la frizione, stando a sinistra, è il pedale del diavolo, chissà… I prolungati giri di basso e la batteria sono figli legittimi di Satana, rimandano alle pulsioni più basse. Il cilicio della moglie di Jacopone da Todi era un supplizio meno doloroso, per farla breve. Sono ammessi solo il sacrificio e la mortificazione, come strumenti di innalzamento verso Dio. Che non ha mai chiesto a nessuno di annullare la propria vita. Bensì di viverla con pienezza. Perché solo così Dio è glorificato. Altrimenti, perché ce la avrebbe donata? È oltretutto suprema superbia voler decidere noi anziché lui… Ma Maria è talmente indottrinata che si lascia morire, in modo a dir poco atroce, convinta di essere davvero l’agnus Dei qui tollis peccata mundi, purché suo fratello guarisca (tra l’altro, nella iniziale lezione di catechismo, le cose che escono di bocca a padre Weber, il bravissimo Florian Stetter, che mortifica la sua limpida avvenenza e offre una prova attoriale strepitosa, a proposito dei bambini malati fanno accapponare la pelle). Il film è magnifico e feroce, una critica senza appello ai fondamentalismi, quale che sia la loro origine, comunque proterva e morbosa: il cast (Lea van Acken, Franziska Weisz, Lucie Aron, Moritz Knapp, solo per citarne alcuni) funziona splendidamente, la scrittura è chirurgica, ciò che hai davanti agli occhi emerge e ti fa rabbia, ti indigna, ti commuove, ti squassa. Ottimo.

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2 risposte a "“Kreuzweg”"

  1. Film notevolissimo.
    E recensione non da meno, complimenti. 😉

    “Si può amare Dio e la musica pop?” come claim è davvero allucinante. Chi l’ha ideato merita di bruciare all’Inferno ahahah

    Mi piace

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