Cinema

“Io che amo solo te”

io-che-amo-solo-te-10-1150x748di Gabriele Ottaviani

Luca Bianchini scrive bene. In modo chiaro, fresco, sensibile, accattivante. La vulgata racconta che abbia fatto tanti lavori, sia stato intervistatore telefonico, redattore filatelico, copywriter freelance che si è occupato di varie e importanti campagne pubblicitarie. Poi il suo amico Marco Ponti gli fa leggere dieci pagine della sceneggiatura del suo bel Santa Maradona e decide di dedicarsi alla scrittura (cui in seguito affianca anche la conduzione radiofonica). E così nascono Instant love, Ti seguo ogni notte, Siamo solo amici. E poi, meritatamente, il bestseller. Io che amo solo te. Una di quelle poesie in musica che ha fatto e fa la storia della nostra canzone, a firma di Sergio Endrigo. L’ha incisa quasi chiunque (in questo caso, la bella voce è di Alessandra Amoroso), e ognuno ci ha messo del suo, ma rispettandola: sarebbe d’altronde un delitto non farlo. Uno di quei pezzi che stanno in piedi da soli, che li senti e ti rimangono annidati nel calduccio del cuore. E anche il romanzo di Bianchini un posto nel cuore dei lettori ha saputo ritagliarselo. Non a caso, ha avuto e ha un successo di pubblico grandioso. E non poteva non venirne fuori un film. La premiata ditta Ponti – Bianchini si mette dunque di buzzo buono, e rimanendo molto fedele, pur con qualche variazione – ma si sa, linguaggio letterario e cinematografico sono diversi, sovente persino imparagonabili -, al libro mette in scena un film che si guarda con piacere e che scorre con fluidità non scontata. Certo, non è Harry ti presento Sally o Notting Hill, ma è semplice, mai volgare, niente affatto pretenzioso, con un cast di professionisti e personaggi ben caratterizzati, anche se qualcuno inciampa un po’ sul dialetto pugliese, con quelle “o” toniche che sono marchio di fabbrica inconfondibile (la cósa, la fóto, la móto, la rósa, agòsto…), è una storia d’amore. Damiano e Chiara (Riccardo Scamarcio e Laura Chiatti, che spesso hanno diviso il set, da Compagni di scuola in poi) sono bellissimi e innamorati, pur con qualche incertezza, e stanno per sposarsi. Manca un giorno, uno solo. Ed è arrivato, ospite non atteso né voluto, il maestrale, ventaccio che in quel di Polignano a Mare, piccolo comune ciacolante e gaio del cui splendore è pleonastico parlare, è una sorta di maledizione. Porta sventura. Come quella che si è abbattuta tanti anni prima su Domenico, grande imprenditore agricolo, e Ninella. La madre di lei (Maria Pia Calzone) e il padre di lui (Michele Placido, tanto bravo). Si amano. Ma non possono sposarsi. E nel frattempo la vita va avanti, nascono i figli. Che si innamorano. E loro sì, possono. E si sposano. E l’amore si sa, è fatto così: vive di gioie segrete, pazienza nell’attesa, riti. Sono i riti che fanno i legami: la volpe chiedeva al Piccolo Principe di tornare a trovarla sempre alla stessa ora, perché così avrebbe saputo quando cominciare a mettersi in ghingheri il cuore. Riti che a qualcuno sono preclusi: Orlando (Eugenio Franceschini, delizioso), fratello di Damiano, è gay. E non sa come dirlo alla famiglia. E quindi si porta alle nozze, che lui con ogni probabilità non potrà mai avere, l’amica lesbica (Eva Riccobono). Con ovvi risultati. Non solo: al matrimonio del fratello incontra l’uomo con cui va a letto. Sposato. Più grande di lui. Che lo tratta male. E qui si rimpiange un po’ che nel film non ci sia stata la stessa struggente forza che c’è nelle pagine di Bianchini, che racconta con grazia un dolore sordo e cupo, dovuto a una mancata accettazione, che si cerca di affogare nelle occasioni d’incontro rubate a un figuro di rara laidezza, molto più di quanto non lo sia il suo interprete sullo schermo, ossia Beppe Convertini. Meraviglioso, invece, il comportamento di papà Placido, che cerca ogni pretesto per insegnare ai suoi figli a camminare sempre a testa alta e a non fare come lui, che ha rinunciato alla felicità quando ce l’aveva stretta tra le braccia e ha sposato il gelo: così come divertono gli inserti più marcatamente comici, affidati in gran parte all’immarcescibile verve di Luciana Littizzetto, la zia Dora di Pinerolo. Per chi ha sempre sognato di regalare a qualcuno quel che resta della sua gioventù, un film da vedere.

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