Cinema

“The program”

video-undefined-298B838000000578-995_636x358di Gabriele Ottaviani

Il problema, forse, sta tutto lì. Nel fatto che siamo nati per sognare. Abbiamo bisogno di una favola. E il ragazzone texano picchiato da piccolo dal patrigno con una pagaia, così da non lasciargli i segni addosso, che scopre di avere un talento per il ciclismo, vince mondiali e classiche corse in linea di un giorno come la Freccia Vallone, si ammala, sconfigge il cancro, ritorna in sella, crea una fondazione che si occupa di beneficenza e ricerca contro la malattia e nel frattempo diventa il primo uomo ad aggiudicarsi per sette volte consecutive la Grande Boucle, il Tour de France, la corsa a tappe per eccellenza, si sposa e grazie al seme congelato prima di iniziare la chemio riesce anche a concepire tre bellissimi figli, è l’eroe ideale. Quanta amarezza nello scoprire invece non tanto un uomo come tutti, fragile, normale, ma un disonesto. Una persona a dir poco ambigua, ossessionata dalla vittoria. A ogni costo. E chissà che tutte le sostanze assunte non determinino anche squilibri psicotici… Ha rischiato la vita, come potrebbe fare nuovamente del male al suo corpo solo per una gara? Ma d’altro canto ci si può chiedere: ha rischiato la vita, non ha più nulla da perdere, forse si sente anche invincibile, di certo insaziabile, e dunque cosa potrebbe mai fermarlo? Un divo, l’ultimo vero, probabilmente, dello sport, osannato dalle celebrità dell’alta società statunitense, un modello per chi combatte quotidianamente senza riflettori addosso quell’atroce battaglia che già dal nome fa dannatamente paura, ed ecco il risultato. Da campione a imbroglione. Da testimonial a testimone in un processo, anzi, accusato. Costretto a confessare. Da Oprah. Il volto pulito del ciclismo, sport martoriato dagli scandali, che quando ha scoperto che quel volto così pulito non era ha taciuto. Come certo giornalismo, del resto. Per non rimetterci, data la disaffezione, la sfiducia, il disincanto del pubblico pagante, e degli sponsor. Perquisizioni, controlli antidoping, farmaci fatti arrivare sotto banco da oltre confine, ormoni, sostanze varie, calunnie, ricatti, riscatti, rivalse, ripicche, omertà, vendette. Si dopano tutti (e da parecchi decenni…), si dice, se non lo fai parti svantaggiato. Ma non può essere una giustificazione, non è un messaggio che può passare, se hai ancora negli occhi o nelle orecchie le immagini o i racconti di chi ha visto uomini che hanno provato sulla loro pelle la vita agra del tempo di guerra salire sulle più affascinanti montagne del globo portandosi a tracolla persino i tubolari, quando una vittoria poteva salvare un paese da una guerra civile, come al tempo dell’attentato a Togliatti. È un film rigoroso e asciutto The program, il programma, quello messo su da personaggi che poi sono stati giustamente allontanati dal mondo dello sport se non del tutto radiati per vincere comunque. Truffando. Insozzando valori esemplari. Dimenticando l’etica. Rischiando la salute. Se forse si poteva dedicare qualche secondo in più a sottolineare anche le zone oscure, di cui tanto si è parlato, soprattutto a livello finanziario, della fondazione benefica Livestrong (commoventi le sequenze nei reparti di oncologia pediatrica), o al ricordo del povero Fabio Casartelli, compagno di squadra di Armstrong ai tempi della Motorola, tradito da una caduta che lo uccise lungo una discesa pirenaica, e ci sarebbe stato bene anche un fotogramma che riproponesse il sublime paesaggio lunare del Mont Ventoux di petrarchesca memoria, che vide Pantani e Lance ascendere insieme, certo la mano di Stephen Frears, il taglio anglosassone, si sente. Eccome. Valido, compiuto, bilanciato, solido, non retorico (e parlando di sport è quasi impossibile non esserlo, l’enfasi di norma è parte integrante e fondamentale del tessuto della narrazione), con belle musiche, e non solo, è un film che scorre via agilmente, come una pedalata assistita da un rapporto snello: non mancano i protagonisti della vicenda, i piccoli e grandi nomi all’interno del racconto, citati più o meno diffusamente, per lo più personaggi piuttosto negativi o che comunque col doping hanno avuto ognuno le proprie pendenze (Richard Virenque, lo scalator degli scalator di Francia, l’uomo delle maglie a pois, travolto dallo scandalo della Festina, Alberto Contador, Johan Bruyneel, il dottor Michele Ferrari, Floyd Landis…), né nel cast, che funziona a dovere, e in cui spiccano Ben Foster, Chris O’Dowd, Guillaume Canet e in un piccolissimo ruolo anche Dustin Hoffman, che incarna Bob Hamman, l’ex pluricampione mondiale di bridge poi a capo della Sca, una società di Dallas che si occupa di promozione e a cui Lance Armstrong aveva intentato causa per i premi in denaro promessi ma non più ricevuti in seguito allo scandalo doping (la sentenza di un arbitrato ha dato torto al texano, imponendogli di pagare dieci milioni di dollari: ora, la notizia è proprio di questi giorni, si è giunti a un accordo). Non il classico film biografico, e forse, dato il materiale (si vede che si sono documentati gli autori, prima di scrivere e girare), non si poteva davvero fare di meglio.

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