Cinema

“Padri e figlie”

padri-e-figlie-gabriele-muccinodi Gabriele Ottaviani

Retorico. Ridondante, anche se tutto sommato la lunghezza non certo irrisoria (un’ora e cinquantasei minuti, non esattamente un cortometraggio) non si accusa. Già visto, rivisto, stravisto. Prevedibile sin dalla prima inquadratura. Un carillon che suona Per Elisa, fate un po’ voi. Il classico film di Gabriele Muccino. Dove c’è gente in crisi, gente che corre, gente che strilla, gente che strilla correndo e gente che corre strillando. Pieno di difetti – col solito andirivieni temporale tra oggi e il millenovecentottantanove, di espedienti che ti fanno dire che certe cose potrebbero succedere giusto in un film, e nemmeno in uno bello. Eppure… Eppure Padri e figlie dà l’impressione di essere qualcosa di molto simile a un carteggio fra innamorati. Se non fai parte di quella coppia quelle lettere sono la cosa più ridicola, stucchevole, melensa, inverosimile e improponibile del mondo. Se invece sei una delle due metà ecco che sono semplicemente tutto. Se ti ritrovi nella storia, e l’atmosfera, musiche (non manca, nella colonna sonora realizzata da Paolo Buonvino, il fido Jovanotti, ça va sans dire), dialoghi, ambienti – e che New York sia bellissima lo sanno anche i sassi –, ogni cosa complotta perché tu ti emozioni e ti commuova – è costruito per questo, dannatamente a tavolino – se ti senti coinvolto, se ti riconosci, che tu ti senta una ragazza che ha terribilmente paura della felicità – sembra strano ma succede, come si dice degli sportivi che temono la vittoria e iniziano a sbagliare anche i passaggi più facili – e fa di tutto per distruggere le cose belle che ha o uno scrittore con l’anima spaccata dal lutto, non potrai non sentire la vicenda a te prossima, medesima, cara. È come lo zucchero filato: valore nutritivo niente di che, ma fa subito gioia. Ve la ricordate Stefania Sandrelli, che nella Prima cosa bella salta la fila per arraffarne un po’, e poi si mette a ballare col figliolo a cui sta dicendo addio per colpa del cancro, un Mastandrea in stato di grazia? Ecco, quel momento lì è quanto di più vicino forse esista a una gocciolina di balsamo per districare i nodi del cuore. E in quanto a mood qui non siamo lontani. Tanti nomi in locandina: solito specchietto per le allodole e spia di un film quantomeno approssimativo, come quando sono troppi gli sceneggiatori? In realtà no, il cast funziona: a parte la piccola Kylie Rogers, che interpreta la Katie (Amanda Seyfried, deliziosa) bambina ed è semplicemente un mostro di bravura, gli altri comunque se la cavano. Russell  Crowe è dolente e tenero al punto giusto (non è il meraviglioso Mark Ruffalo di Teneramente folle, ma ci si avvicina), Aaron Paul è l’uomo ideale, Diane Kruger e Bruce Greenwood sono gli insopportabili villain (sono più ricco di Dio, dice a un certo punto lui), Quvenzhané Wallis, Janet McTeer e Octavia Spencer fanno il loro: e poi c’è lei. La classe, la bellezza, il fascino fatti donna. E come sempre le affidano la migliore battuta del film. “Se l’ha vinto Saul Bellow (il Nobel, ndr) non vedo perché non possa vincerlo tu”. Parola di Jane Fonda. Valle a dar torto…

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