venezia 72

“La prima luce”

Laprimaluce1-300x225di Gabriele Ottaviani

Lei è tanto triste. Perché? Perché vede la crisi dappertutto. E quindi se ne vuole tornare nel suo Paese. Portandosi via il figlio. Il padre, guarda un po’, è contrario. E dunque lei rapisce il piccolo Mateo. Sì, con una sola t. Scappa. Lascia Bari, città tra l’altro invece in grande ripresa economica da anni, per Santiago del Cile. Dove notoriamente la qualità della vita è strepitosa, ci emigrano frotte di ginevrini… Per non parlare della giustizia… Oltretutto, infatti, la derelitta si inventa che il padre di Mateo sia un violento, così da privarlo dell’affetto del figlio. Della possibilità di vederlo. Di abbracciarlo. Di giocarci. Che poi tolga anche il padre al figlio non le interessa minimamente. Perché lei è tanto triste, in quell’attico scintillante con cucina, salone, due camere, servizi e vista mare che le sta tanto stretto. Tanto stanca. Tanto sola. Tanto depressa. Con i capelli tanto amorfi, come spinaci troppo lessi. Il capo, a Bari, le dice che ha fatto male il suo lavoro e la rimanda alla scrivania a farlo meglio – non la licenzia, non la insulta, non le dà della capra, nulla – e lei si fa venire gli scompensi. Anzi, peggio. Fa la lagna. Il classico esempio di individuo – il sesso non conta, ne esistono sia di genere maschile che femminile – che vede il rapporto di coppia – e l’esistenza – come il vischio, noto parassita (chissà perché baciarcisi sotto a Natale…), vede la quercia cui toglie la linfa vitale. Ossia, un giacimento da sfruttare: perché succede – non dovrebbe, ma succede – che nella coppia ci sia uno che fa tutto e l’altro che non fa un piffero, ma la cosa tragica è che spesso quello che non fa un piffero, e a cui non viene fatto mancare nulla, oltretutto critica. Non si pretende un ringraziamento, ma almeno rispetto, che diamine! D’altro canto il compagno, che certo non è perfetto, ma nessuno lo è (e men che meno lo è chi crede di esserlo), e che fa l’avvocato, e quindi non è che propriamente trascorra le giornate girandosi i pollici, ora in un verso ora nell’altro, sarebbe un violento perché quando discutono, dopo la centesima volta in cui cerca di proporle soluzioni alternative, di ricomporre la frattura sorta senza motivo alcuno, magari capita che alzi la voce. E certe volte capita che discutano tutti i giorni. Pensate. Quale mostruosità! E lei è tanto triste. Tanto infelice. Tanto insoddisfatta. Lui si vende tutto per seguire il figlio, in particolare il SUV, di marca svedese. Anche perché non è che le ricerche procedano a spron battuto. E non è, sciaguratamente, il solo in quella situazione. Lei ora in Sudamerica non è più tanto triste. Tanto infelice. Tanto insoddisfatta. Ha un nuovo amore, o presunto tale, col SUV di marca giapponese. Anche lei ha un SUV, di marca americana. Dei bei vestiti. La tata. Sta tanto bene, è tanto felice. Tanto contenta. Lei è Daniela Ramirez, e si sono visti migliaia di istrici attraversare finanche nottetempo la Via Formellese avendo negli occhi espressioni di gran lunga più intense. Roba che se quelli che apostrofarono  con l’epiteto, oggettivamente notevole, di Canina Canini Sandra Milo per la sua interpretazione di Vanina Vanini nell’omonimo film, tratto da Stendhal, di Rossellini l’avessero veduta non solo si sarebbero rimangiati l’immeritata ferocia, ma avrebbero proposto la musa di Fellini per due Nobel a scelta. Almeno. Lui, il padre in stile Un figlio a metà (fiction della Rai degli anni Novanta, con mattatore Gigi Proietti, per la regia di Giorgio Capitani, a cui certo il mestiere non va insegnato, e la scrittura di Giorgio Mariuzzo ed Enrico Vaime) che deve combattere una assurda battaglia – come a tanti succede, che se ne facciano una ragione i professionisti del politicamente corretto: esistono anche donne egoiste che scambiano la vita more uxorio per un Win for Life – è un Riccardo Scamarcio che se la cava più che dignitosamente, anche nel trilinguismo (recita infatti in buono spagnolo, ottimo italiano ed eccelso barese). Il film, un po’ lento ma comunque abbastanza misurato e compiuto, è La prima luce. Di Vincenzo Marra.

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2 risposte a "“La prima luce”"

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