Libri

“Io non ti conosco”

Cover Watson con fascettadi Gabriele Ottaviani

Lukas si volta verso di me e appoggia la testa sul mio braccio. Sono di nuovo consapevole della differenza d’età tra noi due, del fatto che lui ha più o meno l’età di Kate. Ha la pelle liscia ed elastica, i suoi muscoli guizzano quando si muove. È una cosa che mi ha colpito mentre facevamo l’amore e mi chiedo se è qualcosa che ho mai sperimentato con Hugh. Non me lo ricordo; è come se tutti i miei ricordi di lui da giovane fossero stati cancellati da ciò che è accaduto dopo. Se Lukas ha dieci anni meno di me, allora vuol dire che ne ha venti meno di mio marito. Mi sfiora il braccio. «Grazie…» Ma dovrei essere io a ringraziare lui. Restiamo in silenzio per un po’. Osservo il suo corpo, ora immobile. La pancia piatta, i peli sul petto, ancora tutti neri. La bocca e le labbra umide. Lo guardo negli occhi e vedo che mi sta guardando nello stesso modo. Mi bacia. «Hai fame? Prendiamo qualcosa da mangiare?» «Al ristorante?» «Potremmo farci mandare su qualcosa.» Devono essere più o meno le tre, forse anche più tardi. Connor tornerà a casa tra poco. Ma anche se non tornasse, anche se avessi tutto il tempo che voglio, pranzare con quest’uomo mi sembra un passo troppo grande. Significherebbe condividere non soltanto i nostri corpi, implicherebbe un’intimità superiore a quella che abbiamo già sperimentato, fatta solo di carnalità e desiderio. Sorrido. «Cos’è che ti fa ridere?» «Niente.»

Quando si dice saper governare la tensione, senza esagerare, con semplicità, costruendo il romanzo come se fosse un edificio, mattone dopo mattone, stimolando l’attesa, l’emozione, il desiderio di vedere in che modo la vicenda arrivi alla svolta, alla fine, al definitivo scioglimento di tutti i nodi. C’è un lutto che apre questo finissimo thriller psicologico che si legge con facilità per l’invidiabile scorrevolezza con cui è scritto, completamente priva, tra l’altro, e non è purtroppo così frequente, di cadute di stile: una sorella morta. Un’altra che non si dà pace. La rivelazione che la defunta si divertiva a vivere mille esistenze. La brama di provare, per evadere. E poi, dopo una serie di incontri, il dubbio. Di essere vicino alla verità. Troppo vicino. S. J. Watson, Io non ti conosco (traduzione di Stefano Travagli), Piemme: davvero un buon libro, che piacerà anche probabilmente a chi non è del tutto amante del genere. Perché riesce, in modo ottimo, ad andare persino oltre.

Standard

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo di WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione /  Modifica )

Google photo

Stai commentando usando il tuo account Google. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione /  Modifica )

Connessione a %s...