venezia 72

“Lolo”

lolodi Gabriele Ottaviani

Volgarotta, anzi volgarissima, come solo certe commedie spagnole sanno essere, peggio persino di Bridget Jones, che pure in certi frangenti era a dir poco inascoltabile: e parliamoci chiaro, con tutto il bene la scrittura di Julie Delpy – che deve essersi affezionata a uno dei vestiti del film, fondo nero con fantasia di quadrifogli, visto che lo indossava anche oggi a Venezia – non vale una sillaba di quella di Nora Ephron, quindi scordatevi una delizia come Harry ti presento Sally. Sì, quando Meg Ryan si riconosceva ancora, senza voler mettere in mezzo l’umorismo pirandelliano. Non parliamo poi di Quattro matrimoni e un funerale, capolavoro insuperato e insuperabile. Ma Lolo, apprezzatissimo dal pubblico, si lascia guardare, ha qualche battuta efficace che fa davvero ridere, un buon ritmo (strano a dirsi, per un film transalpino), un discreto – benché prevedibile – finale e gli attori funzionano: il cinema francese conferma dunque il grande spolvero degli ultimi anni, basti solo pensare alla straordinaria evoluzione dei loro prodotti di animazione o a un gioiellino come La famiglia Bélier. La storia è semplice: quarantacinquenne parigina che lavora nel mondo della moda conosce nella nota località termale e turistica di Biarritz un uomo del luogo, in procinto di trasferirsi nella capitale per un impiego come tecnico informatico in un’importante banca. Iniziano una relazione: lei si confronta con l’amica diversamente morigerata, che la esorta a vivere la vita. Il problema è che la protagonista, oltre a non brillare per intelletto, è anche una pessima madre, che ha cresciuto un bamboccio psicopatico e geloso. Lui, per carità, ci mette del suo, anzi, già da quando si palesa per la prima volta non si desidererebbe far altro che prenderlo a pedate e mandarlo a lavorare in miniera. E così il povero informatico si ritrova vessato. Per scoprire la conclusione, il segreto è andare in sala appena uscirà…

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2 risposte a "“Lolo”"

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