Teatro

“Piccolo e squallido carillon metropolitano”

Piccolo-e-squallido-01di Elena Pedoto

Dopo il successo napoletano il Piccolo e squallido carillon metropolitano, spettacolo teatrale scritto e diretto da Davide Sacco e interpretato da Eva Sabelli, Giovanni Merani e Orazio Cerino, è andato in scena presso la splendida cornice del Gianicolo, all’interno della oramai ventennale rassegna di Fontanone Estate (direttore artistico Enzo Aronica).

È la sottile linea di demarcazione che divide il bene dal male, ciò che è di prassi ritenuto ‘normale’ da ciò che non lo è, a rappresentare il cuore emotivo di questo piccolo ma toccante spettacolo teatrale, scritto con palpabile trasporto dall’autore Davide Sacco e ottimamente recitato dai tre bravissimi protagonisti Eva Sabelli, Giovanni Merani e Orazio Cerino. Tre storie di fratelli che si intrecciano e si sovrappongono in un filo di ricordi più o meno sbiaditi, all’interno di quattro mura squallide e un’idea metropolitana decadente. Al centro del dialogo la disamina di rapporti profondi, conflittuali, mai definiti, rimasti sospesi all’ombra di un padre e una madre scomparsi eppure ancora presenti, nei ricordi belli così come in quelli brutti. La ballerina lunga e delicata di un carillon bianco, col suo movimento circolare e ripetitivo, col suo suono dolce e malinconico, è ora la reminiscenza che ricongiunge insieme il passato doloroso e sofferto di questi tre fratelli al loro presente combattuto, nella loro perenne lotta di (auto)accettazione all’interno di un mondo sempre più lontano, ostile, irraggiungibile. La necessità di nascondersi, la difficoltà di mostrarsi per quello che si è davvero, l’impossibilità di accettarsi fino in fondo, scossi e traumatizzati da parole acerbe che poi maturano e sedimentano per tutta una vita, sono le musiche dolenti di questo carillon umano, sorretto e destabilizzato dalla propria circolarità. Una traiettoria sferica e continua che non ammette cedimenti ma solo una strenua, infinita resistenza. “Ci si abitua a tutto”. Col tempo, ci si abitua davvero a tutto, finanche ad accettare l’inaccettabile, a vivere vite di ripiego, a scendere a compromessi col mondo, a nutrirsi dell’ossigeno di squallore che ci circonda. E non c’è in fondo altra via di scampo. Forse. Se non in qualche modo quella di restare bambini, aggrappati a un sogno infantile che deresponsabilizza e scrolla di dosso il peso dell’essere adulto con i propri sogni infranti e le proprie frustrazioni. Restare bambini a continuare a fare quel ‘gioco’ che alla fine, però, un gioco non è nemmeno più tanto, perché (a una a una) fa cadere le maschere di circostanza e lascia ognuno inerme, nudo di fronte al proprio io. Ed è dunque “qui e ora” che il gioco delle parti finisce e inizia il difficile percorso di metabolizzazione del dolore, di una ricerca di equilibrio che sfidi le idiosincrasie del mondo, uno dolce sciabordio esistenziale che si culla nell’immagine semplice e dolente di un Piccolo e squallido carillon metropolitano. Una riflessione assai sentita sulla vita e le sue mille proiezioni.

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