Cinema

“Dove eravamo rimasti”

meryl-streep-in-ricki-dove-eravamo-rimasti-defaultdi Erminio Fischetti

Meryl Streep esce con un altro film in cui canta e prenderà a dicembre, dieci a uno, un’altra candidatura ai Golden Globe. Che novità! Scherzi a parte, dopo Mamma Mia! e Into the Woods stavolta è la volta di Ricki and the Flash, alias Dove eravamo rimasti, regia dell’inossidabile Jonathan Demme, uno dei più poliedrici autori hollywoodiani, capace di passare dall’horror al dramma familiare attraversando la commedia, il documentario e il thriller: in ordine non cronologico né di riuscita, si pensi solo a Il silenzio degli innocenti, Qualcosa di travolgente, Philadelphia, The Agronomist, Una vedova allegra… ma non troppo, Rachel sta per sposarsi, The Manchurian Candidate e via discorrendo. Questa volta Demme unisce la sua grande competenza in ambito musicale – è specializzato nel sottogenere dei documentari musicali, si ricordi che ne ha curato più d’uno solo su Neil Young – con la pregevole direzione d’attori e la capacità di saper raccontare i sentimenti con piglio asciutto. Certo, questo Dove eravamo rimasti non aggiunge nulla al suo tassello registico, tantomeno alle gamme espressive di Meryl Streep, che si accompagna al veterano Kevin Kline, alla figlia Mamie Gummer e al musicista Rick Springfield (c’è anche un piccolo cameo di Charlotte Rae, nota al mondo televisivo degli anni Ottanta per il ruolo di Edna Garrett nelle sit-com Il mio amico Arnold e L’albero delle mele, nel ruolo di una suocera un po’ svanita), casomai è una degna conferma, un po’ sottotono e senza alcuna pretesa, del loro talento. La storia è di quelle straviste: Linda, che si fa chiamare Ricki, è una cantante rock di quart’ordine che decenni prima ha mollato la famiglia (marito e tre figli) per rincorrere il sogno della sua vita, quello di diventare una musicista. Oggi, ormai sulla sessantina, vive in California, è una cassiera di supermercato e di sera suona con la sua band in un bar di periferia. Un giorno riceve la chiamata del suo ex marito che le chiede di tornare a casa a Indianapolis perché la figlia è stata appena mollata dal marito per un’altra donna e non vuole reagire in alcun modo, vegetando fra il divano e il letto della casa paterna. Suo malgrado, Ricki prende la sua chitarra, raccoglie le sue cose e raggiunge l’ex famiglia nella loro splendente dimora. Non sarà facile per nessuno rimettere insieme i cocci del passato, soprattutto se i figli di fatto sono stati cresciuti negli ultimi vent’anni dalla seconda moglie dell’uomo. Ma forse per loro l’essenziale è che, se anche i genitori sbagliano, l’importante è che ci siano quando è necessario. E Ricki, nonostante abbia votato due volte Bush, non riesca nemmeno a pronunciare il nome di Obama e faccia la vaga sull’omosessualità del figlio, si rivelerà persona un po’ meglio di quanto creda, e soprattutto delle sue convinzioni. Forse perché sta cominciando a crescere. Sceneggiata da Diablo Cody, la mente di Juno per intenderci,  e si sente tutto,  la pellicola si sviluppa su un piano agrodolce interamente lasciato nelle mani di Meryl Streep, che, mettiamola così, fa il suo dovere, in un film senza infamia e senza lode, che però, avendo alla base delle maestranze tecniche e artistiche che sanno il fatto loro, si guarda che è un piacere, perché di fatto è la sempiterna variante della storia del figliol prodigo reimbandita sulla tavola di Hollywood (che di questa vicenda, all’atto pratico, ne ha fatto un vero e proprio genere a sé, da cent’anni a questa parte). Forse senza mai sparecchiare.

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