Libri

“Au bal de la chance”

downloaddi Gabriele Ottaviani

Non posso evitare che gli occhi mi si riempiano di lacrime ogni volta che penso agli ultimi istanti del mio povero papà, e lo rivedo, lui che aveva sempre vissuto nella spensieratezza come se il domani non esistesse, girare verso di me il viso smagrito per dirmi con una voce che già non apparteneva più a questo mondo: “Comprati un pezzo di terra, Édith!… Con una buona fattoria non si muore mai di fame.”

Che cos’è una leggenda? In parole povere, la si può probabilmente definire con chiarezza come un racconto fantastico, che ha un fondo di verità ma che poi diventa Storia, mito, esempio, monumento, ricordo, memoria e monito morale. E non è così importante in realtà che tutto ciò che vi sia narrato sia vero, anche perché spesso e volentieri la verità è perfino sopravvalutata – com’è complicata, la vita! – e resiste alle intemperie con la stessa forza di una scritta sull’acqua, e qualche volta alle proprie bugie si finisce per crederci, soprattutto se si ha un cuore grande e al tempo stesso fragile. E forse già “bugia” è parola troppo forte e definitiva: esprime un giudizio, un’accusa. Inoltre probabilmente non c’è opera più insincera di un’autobiografia, per certi versi, ma chissà se davvero la si legge per sapere, e se non piuttosto per conoscere, o illudersi di farlo, al di là dei fatti che sceglie di confidare, la persona che si ha di fronte, oltre l’inchiostro e la carta del libro. Avvolta nel manto delle rassicurazioni che si è detta per tutta la vita, in cerca di affetto, si racconta – non è opera di suo pugno, ma ricucitura giornalistica di tanti colloqui: anche questo, però, non è un dettaglio fondamentale – nelle pagine del trascinante volume (si legge come un romanzo che appassiona, e la voce, anche se le tante e precise note riportano sulla terra costrutti dell’immaginazione, conquista perché mai falsa, anche quando, per così dire, ricorda male fino all’inverosimile) pubblicato da Castelvecchi nella traduzione di Federica Alessandri – prefazione di Jean Cocteau, postfazione di Fred Mella e cura di Marc Robine, che fa bene a citare L’uomo che uccise Liberty Valance (“Se la leggenda diventa realtà, vince la leggenda”) – un’artista straordinaria, su cui si è scritto e detto di tutto da parte di tutti, e una persona profondamente buona. Grata, riconoscente, combattiva, desiderosa di riscatto. Un bocciolo spuntato quasi per caso tra due pietre della strada e sopravvissuto alla gelata arrivata a tradimento, quand’è già primavera. Una donna eccezionale. Che ha tanto amato e tanto sbagliato. Che ha riso e spesso dovuto piangere. Che ha perso tanti grandi amori, uno su tutti, e una figlia bambina, e non avendo i soldi per seppellirla ha dovuto prostituirsi. Che ha incontrato molte persone e ha viaggiato per mille mondi. Che ha avuto fortuna e iella nera. Che è stata padrona del suo destino, e anche in sua balìa. Che per lo più, ma non solo, cantando, con realismo cinematografico e letterario e l’impressionante facilità che rende al genio facile l’impossibile, senza rendere manifesti allo sguardo di chi ammira gli sforzi che servono per compiere l’impresa di arrivare alla bellezza, è diventata, per l’appunto, leggenda. La più grande attrice degli ultimi anni, la divina Marion Cotillard, paradossalmente con la sua interpretazione forse meno interessante, perché, sebbene eccelsa, comme d’habitude, persino con ogni probabilità troppo mimetica, ha vinto l’Oscar eternandola sullo schermo, e deve aver avuto anche lei il cuore avvinto dalla vicenda di questa donna senza eguali se davvero il nome del figlio suo e di Guillaume Canet (quando si dice una bella coppia…), Marcel, si deve a Cerdan: Édith Giovanna Gassion, per il mondo la Piaf. Au bel de la chance – La mia vita. Incantevole. Se non lo si leggesse, non si potrebbe dire a ragion veduta: Non, je ne regrette rien. Perché un rimpianto, fate voi di che entità, lo si avrebbe comunque.

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