Libri

“Io so perché canta l’uccello in gabbia”

6214595_404832di Gabriele Ottaviani

Se crescere è doloroso per una bambina nera del Sud, rendersi conto di essere fuori posto è la ruggine sul rasoio puntato alla gola. È un insulto superfluo.

Io so perché canta l’uccello in gabbia di Maya Angelou per BEAT (tradotto da Maria Luisa Cantarelli) è uno di quei libri per cui vale la pena di usare uno degli aggettivi più retorici che esistano, ossia straordinario. E ti sembra anche di dire poco, dicendo che è così. Perché non è solo e semplicemente un volume emozionante, bello, importante. È addirittura perfetto. Per come è costruito, e per quello che rappresenta e simboleggia. Perché dà voce a chi voce non ha. Scritto in stato di grazia da una delle principali interpreti del sentire non solo dell’America nera che ha lungo dovuto lottare per i diritti civili, e che ha visto dopo decenni un presidente afroamericano (e forse, a breve, una donna) che l’ha insignita della medaglia per la libertà, ma con ogni probabilità di tutto l’Occidente, è un racconto autentico. Perché quell’infanzia e quell’adolescenza, che così bene, avvincentemente e appassionatamente nel libro sono raccontate sono in effetti l’infanzia e l’adolescenza di Maya Angelou, una bambina che paragona le voci a mestoli metallici che sbattono sui secchi e che trova i completi da uomo una buona idea perché così i maschi sembrano meno virili, meno minacciosi, più simili alle donne. I maschi, che possono essere eroi, come chi è costretto a nascondersi fra gli escrementi di gallina solo perché la sua pelle ha tanta melanina, come lo zio, che si muove e cammina a fatica, e sta sovente seduto in poltrona come una gigantesca Z nera, oppure orchi, come l’orrido sceriffo e gli infami componenti, per lo più giovani e idioti, oltre che criminali, del Ku Klux Klan. Il mondo delle donne e il mondo degli uomini, amore e conflitto, segregazione e libertà: un romanzo splendido e commovente sin dal titolo, da cui non si può prescindere. Meglio, non si deve.

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