Libri

“Terrarium”

di Gabriele Ottaviani

Mia cara madre,

l’ho trovata. Non te lo meriti, ma l’ho trovata. La nostra è una delle pochissime case rimaste in piedi, forse perché ancora si intravede la sua struttura liberty. Magari nelle squadre di demolitori c’era qualcuno più sentimentale o solo affezionato al passato, qualcuno che vuole salvare qualche testimonianza, se le cose non dovessero andare del tutto male. Sono sceso per ciò che resta della scalinata che porta al giardino, quasi un parco per la verità, anche se adesso non si distinguono più i confini con la boscaglia e con le rovine delle altre ville della zona, quelle non ancora demolite. Insomma, la casa è ancora lì, malridotta ma esistente. Te lo devo dire: non so quanto durerà. Il pianoterra è sprofondato, un’acqua violacea filtra dal pavimento e zampilla dalle pareti alimentando una piccola palude. Se non avessi avuto gli stivaloni d’ordinanza sarebbe stato impossibile entrare e soprattutto avanzare in quella fanghiglia. L’umidità avvolge tutto e tutto fiorisce di liane muschi licheni. Rampicanti e foglie marcite avvolgono le scale interne. Ho paura. In quell’acquitrino è quasi buio, giusto qualche pallido riflesso dell’implacabile cielo giallo filtra dalle grandi finestre, ma solo dove i vetri sono rotti, per il resto sono cieche come pareti di mattoni. La casa potrebbe essere diventata un covo di rettili, la sede di una comunità bestiale. Poi penso che no, che è poco probabile: qui non ci sono più umani, qui manca il cibo. Esploro il salone, la stanza da pranzo e la cucina. Non riconosco niente. Il passato è solo nelle mura. Qualche legno galleggia fra i rami e le foglie, forse era la gamba di un tavolo o lo schienale di una seggiola, o viene da chissà dove. In cucina il ferro sopravvive a sé stesso sotto forma di blocchi di ruggine, sono sicuro che se ne sfioro uno – forse il frigorifero – si sbriciola al primo contatto. Torno faticosamente in soggiorno, e per ricordare com’era devo fare uno sforzo di fantasia: la carta da parati era davvero bianca e oro, e c’erano davvero tutti quegli stucchi al soffitto, e grandi lampadari sfolgoranti nelle serate delle vostre feste e delle vostre cene? Si tratta di ricordi o dell’ombra di un sogno che non c’è mai stato? Me le hai raccontate tu queste cose o le ho viste? Ero piccolo, certo, ma credo di avere ancora dei ricordi, anche se, me ne rendo conto, non per molto. Aggrappato alla ringhiera pericolante mi avventuro su per le scale, che devono la loro sbilenca solidità all’armatura del cemento. Tondini spuntano qua e là come lance o giavellotti, come fossero ciò che resta di antichissime battaglie. È strano, penso, l’ultimo ritrovato per difendersi dai rettili è una lancia, tecnologica certo, ma pur sempre una lancia. Dall’alto della scala vedo l’acqua nera che si muove. Una sorta di boa schizza verso la scala con le fauci spalancate. È incredibile come un serpente possa avere sviluppato delle mandibole da coccodrillo, ormai non sembrano neppure animali, somigliano più ai draghi delle fiabe. È stato facile piazzargli in gola la lancia a diecimila volt. Con un gradevole sfrigolio è crollato andando a incrementare il brulicante spessore del fango e la sua schifosa vita cellulare. Il seguito domani, adesso vado a dormire.

In un mondo invaso da rettili mutanti, gli esseri umani sopravvivono aspettando. Cosa? Null’altro che la fine. Precipitato nella disperazione e nel combattimento, un attore fallito si riappropria della sua esistenza scrivendo alla madre. Che non c’è più. Ricordi, paure, frustrazioni, lettere immaginarie. In teatro, l’ultimo santuario della civiltà, un gruppo di interpreti si cimenta con la messa in scena della tragedia di Edipo. Terrarium (Giorgio Manacorda, Voland) è un unico grande enigma, coinvolgente, una riflessione sull’umanità avviata a passi lunghi e ben distesi verso la catastrofe, verso il burrone, che pure vede, ma è come se la attirasse magneticamente a sé. Ma non tutto è come sembra, anzi…

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