Libri

“Ritratto di madre, in cornice americana”

ritratto di madredi Gabriele Ottaviani

Non so se invecchiando, e con mia madre morta da sempre più tempo, mi stia allontanando da lei. Ormai siamo rimasti in pochi tra quelli che l’avevano conosciuta di persona. I miei figli ne conservano solo ricordi foschi che risalgono alla loro infanzia. Non mi vede da ventiquattro anni. Non mi riconoscerebbe se nelle sue sembianze di allora mi venisse incontro per la strada. “Judit, vede quel vecchio? Sì, quello che ci sta venendo incontro con il bastone. Mi sembra suo figlio.” “Chi? Quello lì? Ma davvero? Non può essere! Oh, Gesù Maria!” E il tizio mi farebbe cenno di avvicinarmi alla sedia a rotelle e mi presenterebbe a mia madre. Oppure al contrario: mi sto avvicinando all’incontro con lei, che ritengo assai improbabile, seppure annunciato dalla nostra religione? È sempre presente anche nei miei sogni, spesso anche quando non la sogno. E anche quando non figura nelle storie per lo più assurde, qualche volta ridicole, qualche altra verosimili, avverto comunque spesso la sua presenza. Una ventina d’anni fa, molto tempo dopo la sua morte, in un sogno sembrò persino volermi mandare un messaggio. Mi mandò a dire – ammesso che io possa credere ai sogni generati dal mio cervello incustodito nella fase notturna – che lei esiste, esiste da qualche parte, ma per qualche motivo non può entrare in contatto con me.

C’è tanta autobiografia in questo romanzo, ma d’altronde come si fa a scindere, quale che sia il prodotto finale, dal suo artefice, dalla cui sensibilità l’opera stessa nasce? Ritratto di madre, in cornice americana è il primo romanzo di Miklós Vajda (Voland, traduzione di Andrea Rényi), classe millenovecentotrentuno, che si è più che altro sempre dedicato alla saggistica e alla sua attività di traduttore dal tedesco: ed è un romanzo compiuto, intenso, commovente persino, in certi momenti. Siamo nell’Ungheria del millenovecentocinquantasei, vessata e violata dalla protervia del regime comunista instaurato in tutti i cosiddetti paesi satelliti dall’Unione Sovietica: la notte di Capodanno madre e figlio debbono separarsi. La donna, Judit Csernovics, fugge in America. Miklòs invece è deciso a non abbandonare la patria. Una vicenda immersa in un’ambientazione descritta con tale abbondanza di dettagli, pur senza mai l’ombra del tedio (anzi: lo stile è agile, fresco, asciutto ma non scarno, dolcemente dolente), da far sì che il lettore non solo la conosca, cosa che altrimenti non potrebbe, ma la viva. Da non perdere.

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