Teatro

“Doris Every Day”

foto-doris-every-day-1di Gabriele Ottaviani

Non è semplicemente una delle più celebri attrici di Hollywood. È anche stata un modello di donna. E forse lo è tuttora, almeno nel patrimonio di ricordi collettivi che compone la memoria condivisa, quella trama di riferimenti comuni che stabilisce relazioni e rapporti umani tra le persone di più diversa provenienza ed estrazione, che si riconoscono come simili perché hanno provato la stessa sensazione e hanno contezza dei medesimi esempi e simboli giunti a loro attraverso il potere dei mezzi di comunicazione di massa. Sempre impeccabile, ovviamente bionda ma niente affatto svampita, alla faccia della madre di tutti i luoghi comuni, bella, dall’intelligenza brillante, gli occhi vispi, faville che covano sotto la cenere di un’immagine perfetta, inequivocabilmente anni Cinquanta: vestiti di taglio sartoriale dai colori vivaci, femminile ma volitiva, moglie adorata e adorabile, senza macchia in ogni situazione. È Doris Day, la fidanzata d’America, la ragazza della porta accanto, delizia per gli uomini e forse per le donne, perché probabilmente ogni madre – almeno, quelle di un certo tipo, un po’ troppo “borghesi” – avrebbe voluto una figlia così, ferrata nel canto, nella danza e pure nell’economia domestica, e con ogni evenienza ogni marito ha desiderato di avere la sua Doris in casa, mentre di norma ha accanto, grazie al Cielo, donne che non sono paradigmi da contemplare, donne normali, e per questo, dunque, irresistibilmente speciali. Doris Day, la repubblicana – non sono in molti nella Mecca del cinema, ma parlare di destra e sinistra negli USA, dove sono invertiti rispetto alla tradizione europea persino i colori che identificano gli schieramenti politici, è una forzatura: basti pensare alla poetica e alla visione politica di Clint Eastwood, per certi versi molto più a sinistra di tanti socialdemocratici del Vecchio Continente – di ferro amante degli animali e convinta vegetariana, insignita da George W. Bush della Medaglia Presidenziale della Libertà, citata in canzoni di Elton John e dei Beatles, amica fraterna nonché compagna di set in alcune commedie di strepitoso successo, incentrate su una sorta di “battaglia dei sessi”, di Rock Hudson, che certo amava le donne ma non come lo si intende tradizionalmente, protagonista formidabile del geniale capolavoro di Hitchcock L’uomo che sapeva troppo, in cui è tragico, stridente e meraviglioso il contrasto fra la vicenda narrata e il tema musicale da lei stessa cantato, quel Que sera sera che è un inno evanescente ed effervescente alla leggerezza. Doris Day, che fa rima con Dorian Gray, non l’attrice ma il personaggio di Oscar Wilde, quintessenza della maledizione dell’ossessione per la bellezza. Ma Day, in inglese, vuol dire anche “giorno”: e anche su questo, oltre che sui contrasti dolorosissimi cui si è già fatto riferimento, gioca sin dal titolo la pièce presentata al Teatro Due, splendida cornice romana – è in Vicolo dei Due Macelli – della interessantissima rassegna DOIT (Drammaturgie Oltre Il Teatro, dal ventotto di aprile fino al ventiquattro di maggio), curata con rara passione e perizia da Angela Telesca e Cecilia Bernabei. Doris Every Day è il drammatico e appassionante racconto del percorso di perdizione e dolore di una giovane donna a cui è stato forzatamente inculcato il culto per l’apparenza che l’ha imprigionata in un vezzoso carcere rosa confetto fatto di fette di limone, comandamenti più duri di quelli veterotestamentari e trattamenti estetici che le fanno diventare la fronte piatta come l’elettroencefalogramma di un morto e scivolare via tra le mani come sabbia quella vita che vorrebbe tanto vivere, ma non può. E l’amore, incarnato sulla scena da Andrea Onori, bello e bravo, non può non fuggire, quell’approvazione altrui ricercata da sempre ad ogni passo che la sventurata protagonista fa nella sua direzione si allontana sempre più, come il miraggio della fata Morgana. Un monologo serrato, intenso, difficilissimo, duro come un pugno nello stomaco e allo stesso tempo sensibile, scritto in stato di grazia da Laura Bucciarelli (regia di Pietro Dettola) e interpretato in maniera semplicemente eccezionale da Flavia Germana De Lipsis. Da vedere e rivedere.

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