Libri

“Viaggio a Roma con Nanni Moretti”

Cover definitivadi Gabriele Ottaviani

Quando si sveglia, Apicella si trova sul set per le riprese del suo terzo film: La mamma di Freud. La trama è semplice: Freud, o meglio un tale che è convinto di essere Freud (Remo Remotti), nonostante sia molto avanti con gli anni, convive ancora con la vecchia madre e si comporta come se non avesse mai superato la fase infantile. Le fa i dispetti, controlla nella busta della spesa il cibo appena comprato, si fa cantare la buonanotte in tedesco. In realtà, fu proprio Remotti a scrivere questo piccolo copione (La mamma di Freud) e a portarlo a Moretti che, entusiasta, decise di usarlo nel suo film. Il copione, ha poi confessato Remotti, era molto fedele alle sue esperienze, al rapporto con una madre castrante che l’ha sempre ritenuto un cretino. «I libri di psicologia – scrive Remotti nella sua autobiografia – ci insegnano che ai bambini bisogna rivolgersi come se fossero degli adulti, e invece queste madri si rivolgono ai loro figli adulti come se fossero sempre dei bambini. Se poi reagisci fermamente o addirittura brutalmente, sei lacerato dai sensi di colpa. È un gioco al massacro» (Mi hanno rubato la marmellata). Tra il film e il “film nel film” i rimandi sono numerosi. In una scena, Michele è a tavola con la madre e due convitati. Lei parla e risponde con luoghi comuni, con frasi fatte, con ovvietà, come farebbe la madre più comune con ospiti a cui non ha nulla da dire, e questo Michele non può accettarlo. Perciò comincia a infastidirsi e inizia a cantare una canzone di Mina (Non credere): «No, non crederle, tu per lei sei un giocattolo!». Poi comincia a schiaffeggiarla, biasimandola per i suoi “discorsi da autobus”. «Perché non te ne vai da questa casa?», intima lei. «Non me ne andrò mai da questa casa, non lo voglio superare il complesso di Edipo!», risponde lui. I due convitati, nel film, sono due aspiranti registi che importunano Michele con numerose telefonate, volendo assistere alle riprese e imparare qualcosa. Saranno anche le vittime del celebre sfogo «Io non parlo di cose che non conosco!», che Michele stesso placherà attraverso la sacra contemplazione della Sacher, esposta in una delle pasticcerie storiche di Roma, Antonini, in via Sabotino, zona Prati. Proprio in quella scena, divenuta di culto, Moretti ha inserito, nella pronuncia, una “n” di troppo: «Questa è una delle poche pasticcerie di Roma dove fanno la Sacher Torten».

[…]

Ecco cos’è quel che si dice un quartiere residenziale! A tratti il silenzio è quasi eccessivo nell’ora dopo pranzo, le guardie giurate davanti alle banche ci provano con le ragazze in pausa sigaretta. Verso piazza Mazzini passano a frotte giovani avvocati e aspiranti attrici, quelle non più aspiranti e più agé urlano al telefono «ciao tesoro» e organizzano aperitivi allo Zodiaco, in cima a Monte Mario. Roma ha da queste parti tratti boscosi, la cinepresa di Moretti li coglie: dal finestrino dell’auto di Margherita Buy c’è un gran verde, quasi fosse uscita dalla città. Su via Cola di Rienzo, dove il personaggio di Paola abita, lo shopping è eterno, come i perdigiorno sulle panchine, sempre abbastanza squallidi e circospetti. Uomini minuti, forse indiani, spolverano libri italiani ingialliti sui banchi dell’usato. Come un’apparizione, ne troviamo uno dei saggi sul cinema di Moretti, sul suo “sguardo morale”. Il testo sul Caimano insiste sull’impegno politico, sulla volontà del regista di togliere la maschera a Berlusconi, interpretandolo lui stesso. Viene ancora da pensare che no, non sia soprattutto un film su Berlusconi – o la storia del tentativo di fare un film su Berlusconi; e che gli scatenati detrattori politici del film abbiano perso di vista l’essenziale. La storia di un produttore in difficoltà, uno che aveva fatto fortuna con B-Movie splatter tardivamente rivalutati dalla critica, e del suo incontro con l’imprudenza della giovinezza. Ovvero con la ragazza regista, Teresa (Jasmine Trinca), intestardita nel suo obiettivo di raccontare la scalata finanziaria e imprenditoriale di Berlusconi. C’è il film nel film, quindi, e il racconto – come già in Aprile – dell’inseguimento di un’idea, che deve tradursi in immagini (in Aprile la storia del pasticcere trotzkista, qui quella del “Caimano”, con valigie cariche di soldi che cadono dal cielo e sfondano il soffitto). Ma su tutto c’è, ancora una volta, il rapporto tra ciò che accade fuori – il paesaggio dell’attualità e della Storia, il paesaggio in genere – e ciò che accade dentro. Dentro Bruno Bonomo, in questo caso: nel suo faticoso tentativo di riconquista. Di sé, di un’intimità familiare, di una passione messa a dura prova. Moretti entra con complicità e delicatezza in questo cantiere emotivo – e il difficile film su Berlusconi è solo uno dei fantasmi che agitano le sue giornate. Quelli più frastornanti hanno a che fare con ciò che ha perso, o sente di avere perso, con la solitudine, con l’essere doppiamente padre – un po’ goffo, di due bambini, sì, ma anche (e altrettanto goffo) di un progetto, di un progetto altrui.  Che rimettendo in moto la sua vita, la complica terribilmente.

È nelle sale con Mia madre, è uno dei registi più importanti e politicamente impegnati – molti lo ritengono addirittura un maître à penser, qualcosa di assai simile a un ideologo della sinistra e a una voce stentorea in difesa di una certo tipo di identità culturale – del panorama cinematografico italiano, in procinto di andare, o meglio di tornare, a Cannes – insieme a Garrone e Sorrentino è una delle tre punte di diamante tricolori sulla croisette di quest’anno – il mese prossimo, in un festival che sempre gli ha tributato accoglienze molto calorose, e Paolo Di Paolo e Giorgio Biferali per Lozzi gli dedicano un bel libro, interessante e, anche se potrebbe non sembrare, originale: Viaggio a Roma con Nanni Moretti. La gran parte delle pellicole – la principale eccezione è La stanza del figlio, girato ad Ancona e premiato proprio in Francia – del cineasta nativo di Brunico, ma da sempre legato alla capitale d’Italia, sono infatti ambientate per l’appunto a Roma, tra la Garbatella e i Parioli, fra Via Nomentana e la Piramide Cestia, fino a raggiungere, a bordo di una Vespa o meno, persino la foce del Tevere dove vide la morte, in circostanze sulle quali ancora non tutto è stato detto, e in merito alle quali con ogni probabilità non si saprà mai, purtroppo, la verità, Pier Paolo Pasolini. Una città dai mille volti e dalle innumerevoli contraddizioni, emblema della contemporaneità, passata in rassegna e vissuta con sguardo critico, perché attraverso i suoi abitanti diviene viva, persona e personaggio, immagine della storia e insegnamento per il futuro, di cui questo saggio, ma è forse inesatto definirlo così, traccia un profilo che induce a riflettere.

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3 risposte a "“Viaggio a Roma con Nanni Moretti”"

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