Cinema

“I bambini sanno”

i bambini sannodi Gabriele Ottaviani

Il primo e più immediato riferimento guardando I bambini sanno di Walter Veltroni, film bello, delicato, intenso, ben costruito, con un solido filo conduttore, le musiche di Danilo Rea, un finale azzeccatissimo con la voce di Fiorella Mannoia che dà i brividi soprattutto per le parole che canta, un montaggio preciso e un messaggio importante, anche politico (sì, perché tutto è politica, ma anche mettere una pianta sul balcone, perché alla pianta non gliene importa niente tu di che colore abbia la pelle o se ti piacciano gli uomini o le donne, lei intanto l’aria la pulisce, per te e per ognuno degli altri), è Comizi d’amore. Sì, Pasolini. L’inchiesta sul sesso, e non solo. L’approccio, mutatis mutandis, è lo stesso. E infatti questo film è forse più politico dell’altro di Veltroni, Quando c’era Berlinguer, che del politico che più in giro si sente rimpiangere aveva persino il nome del titolo. Veltroni, che di cinema sa, e che il cinema ama, basti solo pensare al volume La quarta buona ragione per vivere: 101 film che fanno bene all’anima, fa un film che è un atto d’amore, un abbraccio alle emozioni, un collage colorato. Inizia con una citazione del Piccolo principe, e quella è la prima onda, il riflesso pavloviano, lo leggi, ripensi a quello che ha voluto e vuole dire per te quel libro, e già ti commuovi, come quando Stefania Sandrelli salta la fila ne La prima cosa bella, agguanta lo zucchero filato e balla col figlio mammone e tutti li guardano male, e tu vorresti che quelli che ha in testa fossero capelli veri, che avessero ancora un po’ di tempo, un po’ di più, qualche giorno ancora, come non li ha potuti avere qualcuno che è caro al tuo cuore e per la cui assenza ancora ti addolori. Poi, quasi subito, Veltroni dà il via a una corsa: il gesto più istintivo e liberatorio. Come ha fatto per esempio, realizzando in quel modo un intero lungometraggio, Marcelo Masagão in Ato, atalho e vento, presentato allo scorso Festival di Roma, che da quando Veltroni non è più sindaco è in costante declino – come Roma stessa, del resto – unisce sequenze di più film con un tratto comune anche a livello narrativo che le amalgama. In questo caso, sono sequenze di bambini che corrono, tratte da I quattrocento colpi, Un ragazzo di Calabria, La corsa dell’innocente, Io non ho paura, Billy Elliot… La corsa è sempre la stessa, si rigenera e continua col cambiare degli interpreti, tutti diversi ma tutti uguali, perché la stessa dappertutto è l’infanzia, la parte più tenera della vita, quella in cui si forma la coscienza, quella che gli adulti non si ricordano più, nei confronti della quale hanno profonde responsabilità, quella che va tutelata, protetta, formata, perché i bambini di oggi saranno i cittadini, gli elettori, i potenti, i lavoratori, i genitori di domani. E dopo la corsa corre anche il film, nelle camerette dei bambini, che sono figli del loro tempo, delle loro esperienze, di quello che sentono, di quello che respirano ma anche di quello che hanno nel loro cuore, senza che nessuno glielo spieghi. E Veltroni fa le interviste: d’altronde, un giornale l’ha anche diretto, lui… Come uno scrittore verista si tira fuori, si sente solo la voce, lascia che parlino i fatti. Sembrano domande retoriche, vuote, da psicologia spicciola, con parole troppo importanti, come vita, Dio, crisi, amore, omosessualità, diritti civili, morte, pace, guerra, fidanzamento, famiglia, ma invece no. Al bando la corrività del cinismo: sono questioni vere, autentiche, normali, serie, giuste. Veltroni non tratta i bambini bambinescamente, li intervista con rispetto, serietà e semplicità. I bambini la retorica non sanno nemmeno dove stia di casa. Senti le domande e tu, che ti dai arie da cinico e che rispetto ai bambini non sei vecchio, ma direttamente preistorico, ti chiedi “Vabbè, ma cosa vuoi che ne possano capire ‘sti piccoletti? Suvvia…”. Poi li senti rispondere, sgrani gli occhi e ti cospargi il capo di cenere. Perché in fondo non dovrebbero poter parlare di tutto, i bambini? Perché non potrebbero avere una loro opinione? Tant’è che infatti spesso sono illuminanti. Ci sono momenti forti, momenti esilaranti, momenti commoventi. C’è l’aspirante psicologa, il genio della matematica che non si sente compreso (tesoro mio, pure tu però scopri cose difficilissime…), il ragazzino che guida il trattore con straordinaria perizia, ne colleziona le immagini che ritaglia da riviste specializzate e vuole fare da grande il vitivinicoltore, molti aspiranti veterinari o attori, la sorella timida che manda avanti quella più estroversa, che ha la camera piena di maiale, e ovviamente, che nessuno si agiti, sono solo soffici peluche di Peppa Pig, il nipote dell’uomo ucciso senza colpa né peccato dall’infamia delle Br, i figli di un imprenditore che non c’è più, la ragazza che ama scrivere e che giustamente si arrabbia quando i compagni di scuola, nelle lettere per confortarla del lutto, le rivolgono la frase “Ti capisco”, certo in buona fede, ma falsa e dolorosa, oltre che inascoltabile, chi vuole suonare e ha come modelli Morrison, Joplin e Hendrix (ottimi gusti, ragazzo mio!), il figlio di militare che si vede ritornare a casa il padre a sorpresa mentre sta giocando a pallone e lo copre di baci e singhiozzi, chi si immagina il paradiso arancione e chi marroncino, chi all’inferno pensa servano veleni e ci sia sangue dappertutto, il bambino rom che trova che il campo dove vive in fondo sia pulito, anche se i topi che cercano di entrare nella sua camera sono un gran fastidio, il piccolo nato nelle Filippine che non crede più a Babbo Natale perché non è venuto a mangiare i biscotti che gli ha lasciato sul tavolo insieme a un bicchiere di latte, e soprattutto perché non gli ha portato la maglietta di Totti, bimbi che si sentono diversi ed esclusi, bambini che hanno sconfitto il cancro e dicono che quando stai male gli amici ti stanno accanto, ma poi quando stai di nuovo bene spariscono, e a te che ascolti è come se piantassero un chiodo in pancia, ragazzi che crescono in famiglie più che allargate o che sono arrivati in Italia con una barca stracarica e semidistrutta, fanciulli che in casa sentono parlare di mutuo e mettono da parte le paghette perché così da grandi la casa se la potranno comprare senza l’incubo delle rate ogni mese, una spada che pende sulla testa, figli di disoccupati o di due mamme… C’è la società, la realtà, la vita, l’Italia in questo film. In questo bel film. Certo, se non hai il cuore non ti piacerà, ma se non hai il cuore non ti piace niente.

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Una risposta a "“I bambini sanno”"

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