Libri

“La ferocia”

ferocia1di Gabriele Ottaviani

Eccone un altro che non sa stare al posto suo, pensò il custode del circolo tennis riportando lo sguardo sulle linee di gesso che non aveva smesso di tracciare. Il senatore aveva rischiato di trasformare la villa in un’abitazione moderna dietro la facciata liberty. Vittorio era di un altro avviso. Fece ammassare i mobili in giardino. Ordinò di sradicare i marmi sotto cui ricomparvero le mattonelle di graniglia. Ogni volta che sentiva un suono sordo colpendo le pareti con le nocche, il viso gli si illuminava. Via i tramezzi, via i controsoffitti. Gli operai abbattevano un muro dopo l’altro. Gli uomini, si seppe in seguito, arrivavano dal paese in cui era nato anche lui. Si sarebbe trattato di normali braccianti agricoli se i tempi non li avessero lasciati senza lavoro prima che lo imparassero dai padri. Più che disoccupati erano i suoi negri, esseri privi di un passato, fedeli e pronti a tutto. Trascinavano sacchi gonfi di detriti senza concedersi pause, e avrebbero provato a far ruotare una casa a mani nude se Vittorio glielo avesse chiesto, poiché lui e non loro, credevano, conosceva con esattezza il punto toccato il quale si sarebbero schiantati a terra senza più rialzarsi. Vittorio voleva che completassero i lavori in poche settimane. Per risparmiare tempo, una mattina li autorizzò a bruciare sul retro del giardino i mobili che non intendeva riutilizzare. Dopo mezz’ora, un operaio lo raggiunse trafelato. Gesticolava. Sulla faccia un’espressione incredula. Vittorio lo seguì. Poco oltre la linea di confine, alcuni uomini si sbracciavano risentiti. Due erano in polo e calzoncini corti. Indicavano l’alta colonna nera. Il fumo, dopo i campi da tennis, lambiva i gazebo, dove le sdraio erano state abbandonate da signore in costume da bagno che discutevano con le braccia sui fianchi. – Sono desolato. Vi prego di scusarmi. Si esibì in un inchino esagerato. Sorrideva.

Nicola Lagioia è per Einaudi l’autore di La ferocia: un libro perfetto sin dal titolo. Perché il tema del romanzo, il filo conduttore della narrazione, è proprio questa logorante ossessione, questa fame che corrode ogni cosa come una ruggine che nessun prodotto può arrestare, questo dolore che annienta e uccide ogni umanità, quest’angoscia che divora e non conosce perdono né requie. È uno spaccato della società quello che viene descritto, e spaccato forse è proprio il termine più adatto per raccontarlo: perché in realtà ciò che si vede è un’immagine d’insieme frammentata, polverizzata, tanti dettagli che finiscono sommersi e poi, spezzati, si ricompongono, riemergono, riaffiorano, come naufraghi. E naufraghi sono anche i protagonisti del romanzo, individui che non si rendono conto che la terra su cui camminano è destinata a franare. È un romanzo che è un viluppo di segreti, un gorgo che trascina giù tra le righe delle pagine e le secche del mare agitato dei sentimenti, in cui c’è spazio per la sofferenza e la perdita, la complicità e il rifiuto, il riconoscimento e una vagheggiata speranza, l’impossibilità di capire fino a fondo le cose, la vita, le persone, gli altri. E sé.

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