Libri

“Il paese senza nome”

il paese senza nomedi Gabriele Ottaviani

Abbandonico, le giornate in campagna gli passavano lente, anche se convulsi erano i suoi stati d’animo e quando non trovava remissione alla disperazione o a un’estrema eccitazione, frenetiche galoppate lo portavano in lungo e in largo per i suoi possedimenti fino a che, esausto, raggiungeva un povero capanno, dove l’aspettava appassionata e sottomessa, con un amore che l’avrebbe portata alla tomba…

Scrivere, riscrivere, emendare, ampliare, tornare sui propri passi, rivedere una volta, e poi un’altra, e poi ancora, e ancora, e ancora le proprie decisioni, fino a quando non si è convinti, ammesso che si riesca a esserlo, alla fine di questo lungo processo: per chiunque abbia l’esigenza di imprimere su carta il proprio pensiero, il procedimento della revisione è uno scoglio che non si può non affrontare. Inesorabile, si presenta sempre, come un varco impervio, e non ci sono altre strade che consentano di passare oltre, aggirando l’ostacolo. Per alcuni autori, poi, il fenomeno della riscrittura è una peculiarità poetica, che attiene all’essenza stessa della propria opera. Se per esempio la scuola di Francoforte si chiede se sia possibile parlare ancora di bellezza dopo la Shoah, anche Arbasino in occasione di Fratelli d’Italia si interroga, e ritiene che il racconto di per sé non sia più possibile, né può essere l’unico ingrediente della ricetta che l’autore propone al fruitore della sua opera: se il romanzo non è anche saggio, non sarà. Antonio-Andrea dice che il romanzo è morto poiché il romanziere, benché cerchi di farsi realista come una macchina fotografica o una sorta di viaggiatore nel tempo che piega la cronologia naturale alla logica interna dei personaggi e della storia, sull’esempio della Woolf, in primis, è ancora imbrigliato negli ormeggi dei sentimenti e delle immagini da descrivere, che non gli permettono di abbandonare la tradizione e di diventare e creare altro. Il romanzo-saggio è l’ultima spiaggia, perché il romanzo deve essere anche saggio ma dire qualcosa di più, varcarne il confine contenutistico e formale. Il romanzo ha bisogno di un inizio, uno svolgimento e una conclusione, ma al tempo stesso deve necessariamente essere in continua trasformazione, altrimenti, per l’appunto, non vive più. Per questo bisogna scrivere, scrivere e riscrivere, creare e ricreare, sentire e risentire, vivere, e rivivere. La redazione di un romanzo non è infatti altro per Arbasino che l’affermazione concreta e tangibile, la messa in atto del progetto della propria volontà, una questione di forza espressiva raggiunta tramite un esercizio di stile e determinazione, da cui segue logicamente che i personaggi stessi non siano affatto individui cui l’estro del demiurgo che ne organizza le esistenze – tra l’altro, vissute alla giornata, come attori che ricevono giorno per giorno dal regista la singola pagina di sceneggiatura da mandare a memoria ma non sanno che fine faranno nel prossimo episodio – dà loro vita, ma pure e semplici funzioni narrative, voci che esprimono il mondo e la Weltanschauung di chi li ha pensati, diverse eppure coerenti, facce di una stessa medaglia, specchi di un medesimo caleidoscopio, un immaginario metamorfico che spazia un po’ dappertutto. È questo che fa, capovolgendo la prospettiva con grande classe, tanto che il romanzo è stato selezionato per la sessantottesima edizione, quella dello scorso anno, il duemilaquattordici, del Premio Strega, anche Lucianna Di Lello, che per Carabba pubblica Il paese senza nome, un artificio niente affatto virtuosistico o meramente fine a sé, in cui la narrazione è solo un pretesto, è la forma che si fa sostanza critica, del romanzo e del suo opposto.

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