Libri

“Cade la terra”

cade la terra coverdi Gabriele Ottaviani

Colpita da una luce priva di sole – una luce che era come il riverbero della neve – la casa dominava quieta lo spazio d’intorno, al punto che il paese stesso, aiutato dai movimenti della frana, pareva essersi modellato intorno al suo scheletro. Era mattino presto, ma la casa sembrava sveglia da ore, si capiva anche dai tappeti già battuti e messi a prendere aria sui davanzali. Provai a figurarmela lambita da un’edera, come spesso ne vedevo sulle facciate delle case quando vagando senza una meta, prima del chiostro, mi fermavo a guardarle. Case con balconi che sembravano reggersi solo per i cespi d’edera che li tenevano da un lato e dall’altro, l’edera che cresce selvatica, quest’edera rigogliosa. Vedevo donne uscire sui balconi e parlare da sole. Ma non parlavano da sole, parlavano all’edera, muovendo la testa come per un diniego: non si fa, questo non si fa. Poi calmarsi e lasciarsi andare a un sorriso sotto due profonde occhiaie – non avevano dormito la notte, queste donne non avevano dormito. Una volta, a una di queste donne con due profonde occhiaie rivolsi una domanda diretta, senza pensarci. Dissi: «Signora, come sta quest’edera stamane?». «Fiorisce,» rispose lei «anzi rifiorisce. Nonostante il gelo notturno.» «Il gelo, dice?» «Il gelo, sì, che la mangia sul dorso. Ma poi viene l’alba e la fa tutta nuova.»

Strepitoso fin dalla copertina, che ricorda il nuraghe radicato su fondo arancione cui Magritte dette il titolo, in ossequio alla sua idea di un rapporto poetico tra immagine e parola, di Follia di Almayer (limpido riferimento letterario al primo romanzo di Conrad), Cade la terra di Carmen Pellegrino, edito da Giunti, impiega un capoverso a conquistare il lettore. Perché non solo è scritto con una prosa di rara perizia, raffinata senza risultare artificiosa, pedante o scolastica, ma parla di un tema che appartiene a tutte le esperienze della vita. Il senso della fine, l’abbandono. Tutto frana, e l’istinto e l’orgoglio lottano per non perdere le cose che restano, quelle che per Emily Dickinson erano il dolore, i monti e l’eterno. Si corre per restare aggrappati alla propria posizione faticosamente conquistata: viene in mente Alice, costretta al galoppo dalla perfida regina. C’è un paese che non vede l’ora di scomparire, e leggendo non sembra nemmeno così strano, eppure… La malinconia che ognuno conosce si fa mattone, per costruire, demolire e rinascere. Cade la terra ha un profondo debito nei confronti di una tradizione che va da Alvaro fino a Silone, ma la reinventa e vivifica.

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