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“La salvezza e il pericolo”

downloaddi Gabriele Ottaviani

Se c’è una persona a cui è stata riconosciuta, oramai unanimemente, una visione profetica, questa è senza dubbio Pier Paolo Pasolini. E lo è stato davvero, grazie a quella sua straordinaria capacità di raccontare agli italiani cosa stava accadendo e dunque il futuro che li aspettava. Cosa rendeva così acuta questa sua visione? Il corpo e il suo essere uomo di confine tra tradizione e modernità, tra passato e futuro. Ogni sera metteva in gioco il suo corpo e anche la sua vita, ogni sera incontrava e conosceva quei ragazzi di cui poi scriveva e parlava, e giorno dopo giorno, anno dopo anno li vedeva cambiare. È questa la differenza essenziale: conosceva in presa diretta. Su questo tanto è stato scritto e detto che non vale soffermarsi ulteriormente. L’altro elemento che determinava quella capacità profetica risiedeva in quella che è stata chiamata «esperienza della contraddizione». Nell’intervento che aveva scritto per il congresso del Partito radicale e che non poté leggere perché ucciso pochi giorni prima, così si definiva: «Non sono qui come radicale. Non sono qui come socialista. Non sono qui come progressista. Sono qui come marxista che vota per il Pci, e spera molto nella nuova generazione di comunisti». In una delle poesie più note (dalla raccolta Poesia in forma di rosa) scriveva: «Io sono una forza del Passato. / Solo nella tradizione è il mio amore». Parole che sono quanto di più lontano dalla cultura della sinistra, marxista o meno, di cui si sentiva parte e che ancora oggi continua ad avere un rapporto irrisolto con la tradizione, demonizzata o respinta in nome di un’idea superficiale di progresso e futuro. Non è una licenza poetica, è l’ambivalenza di un pensiero, l’«ossimoro di una vita». D’altronde è proprio da chi vive conflitti e contraddizioni interiori e non ha paura di esplicitarli che possono venire quei lampi, quelle intuizioni che squarciano il velo del pensiero e fanno intravedere l’altra faccia della realtà. Emblematico e illuminante il mettere al centro della sua riflessione la questione del sacro, sulla quale ripetutamente ritorna e in aperta polemica col proprio mondo. «Uno dei luoghi comuni più tipici degli intellettuali di sinistra è la volontà di sconsacrare e (inventiamo la parola) de-sentimentalizzare la vita. Ciò si spiega, nei vecchi intellettuali progressisti, col fatto che sono stati educati in una società clerico-fascista che predicava false sacralità e falsi sentimenti. E la reazione era quindi giusta. Ma oggi il nuovo potere non impone più quella falsa sacralità e quei falsi sentimenti […]. Dunque la polemica contro la sacralità e contro i sentimenti da parte degli intellettuali progressisti, che continuano a macinare il vecchio illuminismo quasi che fosse meccanicamente passato alle scienze umane, è inutile. Oppure è utile al potere.»

L’analisi di rara profondità che Adriano Labbucci realizza, avvalendosi anche di un’imponente mole di documenti e di citazioni, che spaziano dal testo biblico fino a Machiavelli, Asor Rosa, Gandhi, Bianchi, Bauman, Hadot e Cacciari, nel suo La salvezza e il pericolo – Spiritualità, politica e profezia ai tempi di papa Francesco, edito da Donzelli, parte da una tesi molto chiara: in un periodo di globale crisi spirituale e politica, l’elezione di Bergoglio si è subito imposta all’attenzione come un punto di svolta e di rottura. È il primo papa gesuita, il primo a chiamarsi come il poverello d’Assisi, il primo latinoamericano: un successo mediatico senza precedenti, da cui con saggezza lo stesso pontefice si è tenuto ben alla larga. Mi piace stare tra la gente, insieme a chi soffre, andare nelle parrocchie. Non mi piacciono le interpretazioni ideologiche, una certa mitologia di papa Francesco […]. Sigmund Freud diceva, se non sbaglio, che in ogni idealizzazione c’è un’aggressione. Dipingere il Papa come una sorta di superman, una specie di star, mi pare offensivo. Il Papa è un uomo che ride, piange, dorme tranquillo e ha amici come tutti. Una persona normale. Probabilmente è proprio di normalità che ha bisogno questo mondo frenetico e sempre più egoriferito, distratto dalla superficialità e poco propenso ad ascoltare i bisogni degli ultimi, che vive il presente senza rendersi conto che il presente altro non è che la base per il futuro, senza avere più una visione, in un certo qual senso, profetica. Il profeta infatti non vede l’avvenire, osserva il presente e in esso nota quello che gli altri non notano, dice quello che gli altri non vogliono sentire – e sentirsi – dire. Il profeta legge il presente per orientare il futuro: e, cambiando un po’ prospettiva, non è forse questo il compito della politica, intesa nel senso più alto e nobile del termine? Bergoglio è il primo papa dopo centottantadue anni a salire al soglio pontificio venendo da un ordine religioso: sa la funzione e l’importanza della profezia, e ne fa cardine del suo messaggio. Certo politica e profezia, pur se intimamente legate, non possono essere sovrapposte: se il profeta vuole scardinare l’idolatria, il politico ha il compito di dare certezze al suo popolo, specie se si trova in difficoltà, se non trova una via d’uscita. Ma è proprio nei momenti di maggiore travaglio che, in modo direttamente proporzionale, crescono anche, se si sa coglierle, se si sa vedere con occhi privi di pregiudizi, le opportunità di salvezza.

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