Libri

“Mezzogiorno d’Europa”: le parole di Manlio Rossi-Doria

donzellidi Gabriele Ottaviani

Non occorre ricordare le ragioni della politica agraria comune e della sua complessa articolazione in regolamenti. Prima del 1958 ogni Paese europeo aveva una sua politica agraria nazionale, più o meno efficiente nella difesa dei produttori, con la conseguenza che in Europa i sistemi dei prezzi agricoli erano diversi e dovunque soggetti a notevoli oscillazioni. La creazione del Mercato comune europeo e l’obiettivo del progressivo abbattimento delle barriere doganali ha imposto per la agricoltura la scelta tra due alternative: escludere i prodotti agricoli dal Mercato comune europeo o sostituire alle politiche nazionali una politica comune. Non c’è persona seria che possa considerare la prima alternativa, non dico accettabile, ma possibile. Il Mercato comune europeo va considerato, quindi, come un tutto inscindibile. Prima di entrare nel merito delle questioni delle quali le mozioni trattano, consentitemi alcune considerazioni anzitutto sulle condizioni nelle quali l’Italia agricola è entrata nel Mercato comune e successivamente sulle ragioni di fondo che hanno determinato il corso e le vicende delle trattative. La difesa dell’Italia agricola nelle trattative comunitarie è stata, fin dall’inizio, difficile in conseguenza delle stesse caratteristiche e della stessa posizione della nostra agricoltura in confronto alle altre quattro agricolture europee. Diversa rispetto alle altre la composizione della nostra produzione agricola: noi col 65 per cento della produzione dispersa in una grande varietà di prodotti; loro con il 60-70 per cento del valore della produzione rappresentata dai soli prodotti zootecnici.

[…]

Caro Gerardo, questa mattina stavo, finalmente, per scriverti, quando è arrivata la tua del 19. […] In questi due anni e mezzo da che – dopo vent’anni di personale, indipendente politica del mestiere (come io la chiamo) – faccio politica attiva, di partito, come candidato prima ed eletto poi, in una delle provincie più tipiche e solide dell’Italia meridionale, ho molto meditato sull’esperienza che vado facendo. Tu conosci alcune conclusioni – quelle di carattere economico – di queste mie meditazioni: uscita di fatto dall’immobilismo di società agricola tradizionale, sconvolta alle fondamenta dallo sviluppo economico nazionale e dalla imponente emigrazione, sottratta finalmente (grazie alle strade costruite e ai fondamentali servizi civili) al tradizionale isolamento, la provincia di Avellino si trova, al cominciare degli anni ’70, davanti al compito difficile, ma finalmente possibile, di un radicale riassetto della sua economia, le cui linee ho cercato di indicare nel mio iniziale discorso del 1968, in quello tenuto in Avellino nel 1969 e in quello – che non ho ancora sviluppato e pubblicato – che ho dedicato ai problemi agricoli nel Convegno delle Acli ad Ariano nel maggio di quest’anno. Molti altri elementi vado raccogliendo al fine di rendere più preciso e costruttivo il discorso e spero di mettere ordine ad essi nel corso dell’autunno e dell’inverno. Anche questa sarà una battaglia dura e non facile,perché i centralizzatori romani, «regionali» e… «provinciali» ci vorranno sentir poco da quest’orecchio. Anche questa, tuttavia, è una battaglia per la quale abbiamo molti alleati, coi quali dovremo tenerci in contatto e reciprocamente incoraggiarci: tutte le zone interne – non solo nel Mezzogiorno – saranno con noi. Ma anche qui occorrono idee e uomini nuovi: una vera base al decentramento amministrativo, che investa anche i problemi dello sviluppo economico, non può aversi nell’isolata «Comune», quale ha vissuto sino ad oggi, bensì nell’aggregazione o consorzio dei comuni di una «zona» che rappresenti una effettiva unità ai fini del riassetto, dello sviluppo e di tutti i servizi civili. La classe dirigente, capace di dar vita a questa unità, tuttavia, non può essere quella in sella tuttora, chiusa nel cerchio del potere e delle rivalità comunali e tra comuni vicini. Si torna, cioè, al problema che angustiava Guido Dorso cinquant’anni fa: senza una nuova classe dirigente non ci può essere sviluppo civile, ma senza un nuovo sviluppo economico e civile non può formarsi una nuova classe dirigente.

Economista, accademico, dottore in Agraria, politico, al confino perché antifascista durante il regime e poi in parlamento col PSI, amico di Emilio Sereni, Umberto Terracini, Giorgio Amendola e Umberto Zanotti Bianco, tra gli altri: figura poliedrica quella di Manlio Rossi-Doria (1905 – 1988), finissimo intellettuale di cui Donzelli pubblica, a cura di Emanuele Bernardi, MEZZOGIORNO D’EUROPA – Lettere, appunti e discorsi 1945-1987. È non solo un epistolario molto variegato con personaggi del calibro di Altiero Spinelli, tanto per dire, ma anche una raccolta di appunti e discorsi, chiari e al tempo stesso densi di dati e di significati, nel quale al centro si staglia, fondamentale, il tema del futuro dell’Italia e dei suoi abitanti, delle sue aree più disagiate, del continente tutto, e ci si interroga su come risolvere i problemi della contemporaneità, per quanto concerne il mondo del lavoro, la biodiversità, le materie prime, la natura. Il pregio di questo libro, e l’aspetto che al tempo stesso più di ogni altro fa riflettere sull’evidenza di un certo immobilismo e le lacune di una parte della classe dirigente, dimentica, si direbbe, delle lezioni e degli esempi del passato, è infatti la sua attualità, stringente e autentica.

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