Libri

“La selva oscura”

la selva oscuradi Gabriele Ottaviani

Si erano già tanto allontanati dalla selva dei suicidi da averla persa di vista. Il paesaggio spettrale che avevano intorno era quello di un deserto africano, ma buio, illuminato solo dalla pioggia di fuoco che fioccava lenta, muovendo continuamente le ombre, proiettandole in ogni direzione. E lui, camminando alle spalle del suo maestro, vedeva la sua fluttuare da tutte le parti e vibrare al vibrare delle fiamme, stendersi a volte sul fiume rosso e scorrere liquida, inconsistente come il fluire del tempo. La sabbia riarsa che avevano intorno sapeva di cenere, terra bruciata, arida come il cuore di un burocrate, e i vapori di sangue che salivano dal fiumiciattolo emanavano intorno l’odore acre di un campo di battaglia il giorno che segue la carneficina. S’imbatterono a un certo punto in una schiera d’anime che si avvicinava lungo l’argine, e ciascuna di loro li scrutava come si era soliti fare la sera, quando due s’incontravano sotto la luna nuova e non c’erano luci artificiali; aguzzavano lo sguardo verso di loro come un vecchio sarto sulla cruna dell’ago per inserirci il filo. Mentre tutta la schiera lo guardava così, uno di loro gli afferrò un lembo dell’abito e gridò: «Guarda chi si vede!». Quando si accorse che allungava il braccio verso di lui, fissò lo sguardo sul suo viso tutto ustionato. Anche se era sfigurato, lo riconobbe. Protese la mano per accarezzarlo, e rispose: «Voi qui, ser Brunetto?». Era proprio lui, Brunetto Latini, notaio e cancelliere fiorentino, il vecchio maestro di retorica, morto da sei anni! L’emozione fu fortissima, lo considerava un maestro indiscusso, uno dei pochissimi intellettuali fiorentini conosciuti anche fuori dalla città. E, per di più, Brunetto stravedeva per lui e per Guido. Gli doveva molto, le scelte che aveva fatto, la sua formazione di uomo di lettere e di politica… Ma era sorpreso soprattutto di trovarlo lì, tra i violatori delle leggi di natura. Per quale motivo? Forse erano vere certe insinuazioni sulla sua inclinazione particolare verso alcuni studenti molto dotati? Ma era sposato, aveva lasciato tre figli… L’unica cosa contro natura che aveva fatto di sicuro era stato scrivere la sua opera più famosa, il Tresor, in una lingua, il francese, che non era quella materna. Questa sì che era una violazione delle leggi divine, aver dichiarato la superiorità di una lingua non sua, tradito la propria: una specie di imperdonabile bestemmia! «Figliolo mio» gli disse Brunetto, «ti dispiace se torno un poco indietro insieme a te e lascio andare gli altri? Li raggiungo dopo…». E lui: «Ve ne prego, anzi! Se volete anche che mi sieda un po’ con voi, lo farò volentieri, se la mia guida me ne dà il permesso». E Brunetto: «Figliolo, se uno di noi si arresta anche solo per un momento, è condannato a stendersi supino per altri cent’anni, senza potersi riparare con le mani quando il fuoco gli cade addosso. Perciò continua pure a camminare: io proseguirò al tuo fianco; poi raggiungerò di nuovo il mio gruppo, che piange la sua eterna pena». Lui non osava scendere dall’argine per mettersi, come sarebbe stata buona educazione, al suo livello; in segno di riverenza teneva però, al cospetto del vecchio maestro, la testa china. Quello cominciò: «Cosa ti conduce quaggiù prima del tuo ultimo giorno? E chi è l’ombra che ti mostra la via?». «Lassù, nella vita serena» rispose, «mi sono smarrito in una selva prima di aver raggiunto la piena maturità.» Il vecchio maestro sorrise della citazione: l’allievo prodigio aveva ripreso l’immagine della “selva” da un suo poemetto, e l’omaggio, benché all’Inferno, gli fece piacere. «Ieri mattina» proseguiva lui «sono riuscito a uscirne: e mi è apparsa, mentre stavo per risprofondarci dentro, quest’ombra che mi riporta a casa passando per questa via.»

Ossessione, enigma, mistero: la poesia di un uomo esule nel Trecento è diventata romanzo negli anni Duemila. Moderno, appassionante, travolgente: Rizzoli pubblica La selva oscura di Francesco Fioretti, un libro straordinario prima di tutto per come è strutturato, e in seguito per il suo tema. L’autore è ricercatore dantesco di chiara fama e rara perizia, e in ossequio all’adagio secondo il quale la letteratura non cessa mai di raccontarsi, è sempre uguale e ogni volta diversa, a seconda di come la si guardi e di chi la osservi, costruisce una trama solida e un testo avvincente, che scava nelle viscere della prima, più immediata e struggente cantica della Commedia, che certo non ha meritato per caso l’appellativo di Divina.

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