Teatro

Fäk Fek Fik – Le tre giovani – Werner Schwab

10864039_304999066363522_1012018731351614650_odi Gabriele Ottaviani

Tormentati aneliti spirituali che si intersecano con le tensioni e le pulsioni più basse, la destrutturazione linguistica, lessicale e narrativa del racconto e del ritratto di una società che mercifica, violenta, impoverisce e volgarizza ogni cosa, un mondo indifferente, rivolto di spalle alla bellezza, compromessi da accettare, scelte da compiere, provocazioni, anche gratuite, che vanno dall’insistito turpiloquio al prolungato nudo integrale delle protagoniste: ci sono molti temi in Fäk Fek Fik – Le tre giovani – Werner Schwab, spettacolo promosso e patrocinato dal Forum Austriaco di Cultura di Roma, in scena fino a stasera nella incredibilmente suggestiva cornice del Teatro SalaUno di Roma, e ci sono tre attrici molto brave, Martina Badiluzzi, Giovanna Cammisa e Arianna Pozzoli. È una pièce inedita, interessante, sperimentale, emotivamente di forte impatto, straniante, respingente, coinvolgente, anche se non sempre, e davvero faticosa, durissima, per le tre interpreti, che meritavano però un testo più alla loro altezza. L’idea di Dante Antonelli, così come l’allestimento, anche per quanto concerne l’aspetto visivo e sonoro, è assai interessante, soprattutto in merito a ciò che riguarda il concetto della drammaturgia collettiva, di uno spettacolo che è materia viva, organica, che nasce, cresce, lievita mentre si compie, si contamina con l’attualità, con la contemporaneità, col tempo presente, che scorre durante gli eventi, e quindi diventa immediatamente passato, senza fare in tempo a farsi mai futuro, ma un’opera con queste premesse, che vuole rendere tangibile un’esperienza di comunicazione di amorosi sensi e affinità elettive e intellettive, che sorge e si conchiude, ha bisogno di più asciuttezza. Poche parole. Meglio ancora sarebbe il silenzio, la sola purezza del gesto. 13_SchlabAl massimo, il verso, animale, la lingua altra. Werner Schwab era nato a Graz nel 1958. E lì è morto. A Capodanno del 1994. Overdose di alcol. Ironia feroce, irriverenza, schiettezza. Maledizione, iconoclastia, disfacimento, desolazione. Amarezza, truculenta, sporcizia. Scatologia. Neologismi. Queste le caratteristiche di Schwab, autore premiato e odiato. Drammi fecali, Le presidentesse, Sovrappeso, insignificante: informe e Sterminio le sue opere. Fäk Fek Fik, titolo che ha chi ha studi classici ricorda per sonorità la filastrocca che serviva per memorizzare gli imperativi irregolari latini, è coerente con questo, e con un certo teatro nord e mitteleuropeo, ma la parte di improvvisazione è troppo ampia e libera, perde il baricentro, è gestita con mano poco sicura. Diventa verboso, e rischia, senza però, va riconosciuto, arrivare agli eccessi vacui e insopportabili dell’Odin (e lì non c’è nemmeno improvvisazione, solo l’arroganza onanistica di chi si è proclamato da solo maestro di non si sa che cosa e unico interprete di una imprecisata Weltanschauung, il solo che ha visto, ha capito ma non sente il dovere di spiegarlo, perché bisogna aver fede e basta: ma il teatro non dovrebbe essere espressione di vita e di dialogo?), un autocompiacimento stucchevole ed egoriferito.

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