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“Tempo lungo” – Gianluigi Melega

tempo lungodi Gabriele Ottaviani

Da buon borghese lombardo ebbi forse un’infanzia un poco ottusa, priva di quelle romanzesche avventure che temprarono il carattere di alcuni miei amici, ad esempio quelli ebrei. Mio padre amava il quieto vivere e la vita familiare e la maggiore preoccupazione di lui e di mia madre era quella di arrivare alla fin del mese con un po’ di soldi risparmiati e di migliorare ogni giorno, quotidianamente, un pochino, il nostro tenore di vita. Materialmente ebbi tutto quel che desideravo e i miei desideri non superarono mai le disponibilità della famiglia, che del resto sarebbero state pronte a dedicarsi completamente a me soltanto se lo avessi voluto. Sia in mio padre sia in mia madre o mia nonna non c’erano passioni dominanti, che so, il socialismo o il teatro o l’amore per il tempo passato. Di conseguenza potevo ben avere una mente sveglia e una capacità di assorbimento profonda: ma non c’era nulla da osservare o da assorbire al di fuori delle normali attività quotidiane della famiglia, per sei giorni alla settimana limitate al ritrovarsi insieme a tavola per il pasto serale. Ah, quando penso alla vita più tormentata, più naturalmente accesa di altre persone! Ho avuto la fortuna di conoscerne alcune al giornale ed era da aspettarselo che molte di esse finissero coll’accettare la professione del giornalista, che permette di poter rimanere coll’animo attaccato a qualcosa che non sia affatto del mondo della professione. Il nostro critico teatrale, De Monticelli, «figlio d’arte» se vogliamo e sinceramente appassionato e immerso in un pianeta diverso dal nostro! Tutto ciò che gli si chiede è di dirci quel che registra una sensibilità come la sua di fronte a uno spettacolo che per lui è diretta sostanza di vita, è caffelatte, scuola, pettinatura, un bacio alla mamma che deve recitare, è recita di se stesso e conoscere gli attori non come attori ma come coetanei o amici del padre e figli visti crescere sotto gli occhi.

Tra i fondatori di Repubblica, da non molto scomparso, Gianluigi Melega è l’autore di Tempo lungo, che porta in copertina il doppio logo di Marsilio e Gaffi, che ripubblicano quest’opera che ha più di cinquant’anni, e racconta l’Italia in cui la lira vinceva l’Oscar della moneta. Dunque, l’autore l’ha scritta a circa venti. Eppure, è un’autobiografia. Meglio, un autoritratto. Ma come si può fare un bilancio di una vita che è di fatto agli inizi? Si può, si può. Se ti assiste la dote della scrittura, o meglio della narrazione, del racconto. Soprattutto, se, benché con tutta probabilità non ne avesse all’epoca contezza, l’autore si inserisce in una tradizione che ha un unico grande nume tutelare: Borges. È come se Melega disegnasse una carta geografica senza scala. Non c’è riassunto, ogni dettaglio è dipinto, come in una foto, ma a grandezza naturale, con una prosa felicemente ibrida tra cronaca e diario. Sembra l’Arbasino di Fratelli d’Italia, ma la peregrinazione non è spaziale, bensì interiore, nel cuore e nelle sue ragioni, ricordando quel che si è stati e da dove si viene. Il che spiega senza ombre quel che si è.

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