Cinema

“Big eyes” – Tim Burton

1411112232_big-eyes-amy-adams-tim-burtondi Gabriele Ottaviani

Tim Burton dove sei? Cercasi Tim Burton disperatamente. Sì, lo so, non si chiama Susan e gli orli non glieli ha cuciti – si fa per dire – la costumista del video di Cyndi Lauper Girls just wanna have fun, ma cercatelo lo stesso. Trovatelo. Chiunque possa, lo faccia. E lo faccia confessare. Gli faccia ammettere la verità. Che non è vero. Che non è lui il regista di Big eyes. Che è un omonimo. Meglio, un prestanome. Perché non è possibile. Ancora ancora l’ironia – qualche guizzo c’è –, ma l’originalità, la visionarietà, la cifra stilistica unica e riconoscibile: dove sono? Che fine hanno fatto?

Tim, where are you? Sei diventato Carmen Sandiego e non ce ne siamo accorti? Ti sei perso negli occhioni angoscianti dei bambini poverelli (che poi, chi si metterebbe mai quei cosiddetti quadri in casa, buon Dio!)? Ti sei fatto uccello di bosco? Uccello di rovo? Uccello di paradiso (splendidi i colori delle strelitzie, la pianta così chiamata in onore di Carlotta di Meclemburgo, la regina cui ha prestato il volto Helen Mirren, così come le tinte delle Hawaii e della California che sembra uscita da un quadro di Edward Hopper)? Uccello e basta?

Per carità, il biopic è terreno sdrucciolevole per definizione, ma caro Tim, con tutto il bene, ti ci sei adagiato. Hai cercato di partire in salita con una monovolume sette posti a pieno carico sul ghiaccio. E in terza, perché, dopo esserti accorto che il cambio è uno di quelli in cui la retromarcia si inserisce con l’anello, e quindi hai pensato di non dover spingere la leva fino in fondo, non hai ingranato la prima. E quindi il motore ha tossito e si è spento. Meglio, non si è acceso proprio. Quali sequenze ti emozionano vedendo Big eyes? Nessuna. Carine le inquadrature sulle rotative e sui carrelli delle macchine per scrivere (e viene ricordato Dino Olivetti, ultimogenito di Camillo, fratello del più noto Adriano) che si muovono come i coreografici travet della farraginosa e pachidermica burocrazia russa nell’Anna Karenina di Joe Wright, ma per il resto… Eppure la storia c’era.

Margaret Keane passa con rara lungimiranza, poveretta!, da un marito asfissiante all’altro. E dire che si capiva dal primo frame che Christoph Waltz, qui istrionico, buffonesco, caricaturale, fastidioso, era un pochissimo di buono. Un po’ come la mamma bionda della Second chance della Bier (un’altra regista che si è involuta parecchio, per la cronaca). Eppure, lei ci casca. Inizia la più grande frode artistica della storia. Lei dipinge. Lui, Walter, si prende i meriti. Entrambi mentono. E fanno i soldi. Poi, la fanciulla si desta. Almeno, in teoria. Perché le intenzioni erano di narrare, attraverso anche l’adeguato accompagnamento musicale dell’ottima Lana Del Rey, in lizza, a quanto pare, per numerosi riconoscimenti, l’evoluzione di una donna che parte Doris Day e finisce Florence Nightingale. Invece Amy Adams è imparruccata. Ma non è questione di acconciatura. È imparruccata l’interpretazione.

Un po’ come Oprah Winfrey in The butler, che in quello che più che un film era una carrellata di nomi di richiamo per la locandina era l’unica con un ruolo. Ma, pur brava, non evolve. La Adams uguale. Capisco – e anzi, benedetto sia! – il recitare in sottrazione, ma qui è in assenza. Non c’è traccia nei suoi grandi occhi del travaglio che evidentemente la Keane deve aver vissuto. Sembra Scarlett Johansson nello spot di Dolce e Gabbana con Matthew McConaughey. Meno giovane e meno magra. Meglio, sembra Michelle Williams che fa Marilyn che fa Dawson’s Creek che al mercato mio padre comprò. Alla fiera dell’est. Per due soldi. Meglio ancora, fa Barbie pittrice. Ora, io capisco che non tutte possano essere Jessica Chastain, a cui basta bussare a una porta per spalancare squarci di grazia e bellezza, o la Marion Cotillard di “Due giorni, una notte”, perfetta e intensa, o la Anne Dorval di “Mommy” (e come non ricordare anche Suzanne Clément, angelo ineffabile senza favella), mater dolentissima, ma se la premiano che si avveri la profezia di Frau Blücher. O di Giovanni Pascoli, a seconda delle preferenze. Disse un nome. Sonò alto un nitrito.

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