Cinema

Mommy, o della settima arte

mommy-de-xavier-dolandi Gabriele Ottaviani

C’è un Canada del futuro prossimo venturo nel quale la radio dice che avanzano i conservatori, e si è insediato un nuovo governo dopo le elezioni federali.

C’è una legge discutibile, la S-14: in particolari condizioni di pericolo, un individuo affetto da turbe mentali può essere internato in clinica senza troppi preamboli.

C’è un ragazzo che ha perso il padre, e se già l’adolescenza è un caos totale, dagli ormoni in giù, figurarsi se la testa ogni tanto deve fare i conti con dei fantasmi.

C’è una madre il cui amore, come quello di ogni madre (“Dio non poteva essere dappertutto, per questo ha inventato le madri”, dicono gli ebrei), è in continuo crescendo, si moltiplica come le fragole con la margotta. Ma la vita è complicata.

C’è una vicina di casa, dall’altro lato del viale, oltre le tende che velano le finestre, che balbetta come l’amore tra madre e figlio, quando hai talmente tante scintille nel cuore che le fiamme ti esplodono in gola. Un angelo, nel senso etimologico di portatore di un messaggio, prima ancora che di figura celestiale.

C’è un cast che recita in stato di grazia, a cui basta una ruga di espressione o un battito di ciglia per scoperchiare un crogiuolo di emozioni.

C’è una visione poetica ed estetica fortissima, il kitsch che si fa arte pura, concettuale persino, tra un servizio di porcellana, colori esagerati, outfit che Drea De Matteo avrebbe avuto remore a indossare in una qualunque delle sue interpretazioni e tanto altro ancora.

C’è una tenuta dell’immagine formidabile, un’ottima coerenza interna, una colonna sonora semplicemente perfetta.

C’è una Weltanschauung definita, una visione delle cose cristallina, una cultura alla base ricchissima.

C’è un cinema totale come il calcio dell’Olanda degli anni Settanta in cui tutti facevano tutto, ma in questo caso a fare tutto è una persona sola, un regista di venticinque anni che fa sembrare immaturo Matusalemme, che ha fatto un film più sorprendente dell’altro e con questo ha vinto a Cannes e vola verso la statuetta più celebre che ci sia. Le major probabilmente, benché sia per costituzione indipendente, faranno carte false per accaparrarselo, e lì con una tale mania per il controllo ci sarà da divertirsi.

C’è uno schermo che più che incorniciare i volti dei protagonisti li imprigiona, salvo poi, ogni tanto, lasciarli respirare.

C’è Xavier Dolan dietro la macchina da presa.

C’è l’affetto che si trascina il fango insieme alla purezza, si fa (p)ossessione, un turpiloquio come nemmeno nei peggiori accessi di Tourette. E tanta tenerezza.

C’è sgomento. E rassegnazione.

C’è forza. E abbandono.

C’è coraggio. E disperazione.

C’è speranza, sconfitta e vittoria.

C’è una dimensione fluviale, panica, c’è chiasso e c’è silenzio.

C’è un trio strepitoso: Anne Dorval, Antoine-Olivier Pilon, Suzanne Clément.

C’è la magia del cinema bello.

C’è una sola parola per tutto questo: Mommy.

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6 risposte a "Mommy, o della settima arte"

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