Cinema

A second chance, Susanne Bier e la morte

download (1)di Gabriele Ottaviani

Salvate il soldato Bier dalle major, verrebbe da dire, perché quando torna in Scandinavia, con quelle atmosfere inconfondibili e di indubbio fascino, certamente fa film migliori.

Il problema è che sembra aver perso proprio il tocco degli esordi: forse si è resa conto lei stessa che ultimamente non ne ha imboccata una nemmeno per sbaglio, e quindi si è fatta prendere dall’ansia di riscatto. Il guaio fondamentale di “A second chance” è proprio quello infatti: c’è troppa carne al fuoco.

È una storia che più drammatica non si potrebbe, visto che parte dalla perdita di un figlio, tema, anche se ultimamente di grande attualità al cinema – un film su tutti, “The disappearance of Eleanor Rigby”, con una sublime Jessica Chastain – per tanti anni tabù (non esiste nemmeno la parola: chi perde il coniuge è vedovo, chi perde i genitori è orfano, chi perde il figlio non è niente, tanto pure il concetto è innaturale), e poi si evolve, sfortunatamente, con fretta.

Non si fa in tempo a metabolizzare, non c’è empatia, e anche i quattro personaggi principali, le due coppie di genitori, sono – un po’ meno giusto il poliziotto – troppo border line per generare immedesimazione, comprensione, condivisione.

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2 risposte a "A second chance, Susanne Bier e la morte"

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